PREFAZIONE
del prof. Raffaele Licinio
al Libro "Quello strano caso di Federico II° di Svevia" di Marco Brando
Gia presentato a Galatone
«Professore, lei mi ha distrutto un mito!». Avevo appena finito di parlare, in una conferenza, della politica economica di Federico II nel regno di Sicilia. Lei, una signora di mezz’età, mi si era avvicinata col passo sinuoso delle baiadere, ostentando abiti firmati ed erudizione sommaria, la bocca dispiaciuta a cuoricino. Gli ori al collo e al braccio le tintinnavano di sdegno e delusione. Dopo avermi calato sul collo la sua frase, sibilante come la lama di una ghigliottina, rimase a guardarmi in silenzio per un po’, svuotata di obiezioni e di punti di riferimento. Poi mi strinse la mano - ed era invece una dichiarazione di guerra - raccolse il suo smarrimento e la sua dignità di “fan federiciana” ferita nel profondo, e si allontanò scuotendo il capo, il cuore e le collane. Non l’ho più rivista. In compenso, ogni volta che parlo in pubblico di Federico II mi si avvicinano le sue mille sorelle e i suoi mille fratelli, tutti a lamentarsi per il loro “mito” personale che io, parlando da storico di storia, avrei “distrutto”. Ho imparato a riconoscerli, nel pubblico che mi ascolta, ancor prima di iniziare a parlare. Ho imparato a seguirne e capirne le smorfie di sofferenza. Ho imparato, anche, a rispondere ai loro lamenti. «Professore, ma lei così mi distrugge un mito!». Nossignori, rispondo ora, non vi ho distrutto alcun mito, perché per voi Federico II non è un mito, è un sogno a colori. Anche a me piace sognare. Ma mi piace anche svegliarmi, qualche volta, per non rischiare che il sonno duri così a lungo da rischiare il coma. E dal coma conviene svegliarsi, prima o poi.
Il libro di Marco Brando che state per leggere può sicuramente aiutare a svegliarsi, di tanto in tanto, chi per comprendere Federico II e la sua età sceglie unicamente la chiave del mito o del sogno. Ma definirlo un medicinale o un antidoto sarebbe pubblicità ingannevole. Piuttosto che opera di “demitizzazione”, esso è, innanzi tutto, sui modi in cui l’imperatore svevo è interpretato nella cultura di massa contemporanea, un esempio di informazione corretta e documentata. Che riesce a far coesistere forme e metodi dell’indagine giornalistica con i risultati della ricostruzione storica puntuale e circostanziata. Un libro, anche grazie alla gradevole penna dell’autore, da gustare pagina dopo pagina. Per sottrarsi alla logica del tifoso-federiciano-oltre-ogni-limite, ma anche per evitare di assolutizzare i risultati della ricerca storica. In due parole, un libro per imparare a capire.
Intendiamoci, nessuno può né deve impedire al federiciano, singolo o organizzato in qualche club o associazione (in Puglia sono centinaia), di costruirsi la propria immagine di Federico II, e di difenderla poi valorosamente, magari contro ogni evidenza, con le unghie e con i denti. Allo stesso modo, non può essere negato a me il diritto di analizzare lo Svevo con altri strumenti e altre categorie, e di proporne poi una ricostruzione che lo ricollochi all’interno della sua età e del suo mondo, all’interno cioè della storia. Di più: dal momento che non intendo congelare una volta per tutte la mia ricostruzione, rivendico il diritto di mutare opinione senza per questo dovermi sentire, o vedermi qualificare, di volta in volta, pro o antifedericiano. Evitiamo di riesumare qui la vecchia, scontata e antipatica conflittualità tra accademici e studiosi self-made men, e lasciamo perdere le antiche (quanto ricorrenti) opposizioni tra guelfi e ghibellini. Le discriminanti sono piuttosto nel modo in cui studio, leggo, analizzo e cerco di comprendere ciò che mi interessa; e, chiaramente, nel perché lo faccio. Questione di metodologia nella ricerca? Anche. Ma soprattutto, nel quadro di concezioni legittimamente differenti della storia, è un problema di distinzione tra la testimonianza che si fa passione e l’interpretazione storica realisticamente possibile: io non mi propongo, solitamente, di testimoniare la mia passione, la mia appartenenza, cerco più banalmente di interpretare. Non è detto che ne sia capace o che ci riesca quanto vorrei, ma almeno cerco di misurarmi con le testimonianze altrui, con quelle fonti storiche, di vario genere e consistenza, che riesco a trovare, senza mai dimenticare che la storia è “creazione”, non il prodotto oggettivo di qualche documento, e che è importante sapere non solo a che cosa essa serva, ma anche a chi essa serve e chi se ne serve.
È questo in primo luogo che mi differenzia dall’”appassionato”, dal tifoso federiciano che, esperto o dilettante che sia, per il semplice fatto di definirsi tale non solo non ha bisogno di interpretare, ma nemmeno se lo propone. La sua posizione è già chiara e definita in partenza. Ciò che io relativizzo, l’insieme dei documenti, il mio ruolo nell’analizzarli e l’obiettivo stesso della ricerca storica, lui rifiuta del tutto. L’oggettività non lo interessa, non lo riguarda, nemmeno come “tensione ideale”: e poi, se l’oggettività storica è una chimera per chiunque, tanto vale accantonarla sin dall’inizio, evitando la “doppiezza” dello storico di professione, che promette un’equidistanza, un equilibrio, un’imparzialità, che sa in partenza di non poter raggiungere. Alle correlazioni cercate nelle testimonianze, nei dati, nei processi, nei fatti, nelle tendenze, si sostituisce così la centralità del personaggio isolato, del fatto isolato, del particulare autoreferenziale, senza alcun rapporto con il generale e il sociale; alla tensione dell’oggettività relativa subentra la soggettività assoluta dello schieramento e dell’appartenenza; al dinamismo della ricostruzione storica la linearità unidimensionale della predilezione, dell’esaltazione, spesso del fanatismo.
Marco Brando, da giornalista che conosce a fondo il suo mestiere, da «specialista della comunicazione», come ama definirsi, è la prova – se mai ce ne fosse ancora bisogno, dopo tanti illustri precedenti – che si può scrivere correttamente e utilmente di storia senza essere necessariamente uno specialista né un accademico. La sua attenzione per la ricerca storica si era già manifestata nel suo primo libro, Sud-Est. Vagabondaggi estivi di un settentrionale in Puglia, e nella mia postfazione alla seconda edizione (2007, Palomar editore) non avevo mancato di rilevarlo, aggiungendo che in quelle pagine, prima di diventare elemento d’informazione, il dato storico risultava sempre sottoposto a verifica. In questo suo nuovo lavoro, che sul piano della curiosità e dell’approfondimento storico è il conseguente erede di alcuni temi già intravvisti e posti in luce nel volume precedente, Brando ci dimostra che, senza deludere i lettori, anzi interessandoli e coinvolgendoli con uno stile piacevole di scrittura, si può descrivere la “portata” di un mito, si può tentare di coglierne i vari aspetti e le diverse manifestazioni, i vari motivi e le diverse conseguenze, senza mai allontanarsi troppo dai terreni della storia, senza mai accomodarsi nelle facili categorie della passione estrema, dell’esoterismo deformante, del localismo erudito. Lo dichiara, con un tocco di ironia, sin dalla iniziale Nota dell’autore: «Faccio tutto ciò con lo stile e gli argomenti del cronista, ovvio, non volendo rubare il mestiere agli storici; ciò nonostante ho cercato di verificare – come fanno (o dovrebbero fare) sia i giornalisti che gli storici – le informazioni fornite: per non fuorviare il lettore e per non rischiare una querela postuma da parte dello stesso Svevo».
L’articolazione del mito federiciano che propone di analizzare come “strano caso” è tripartita: nel Mezzogiorno, nell’Italia centro-settentrionale, nella Germania; ovvero, usando le rispettive categorie medievali, nel regno di Sicilia, nell’Italia comunale, nei territori tedeschi dell’Impero. Ed è scandita in termini irrimediabilmente contrapposti: mito positivo nel regno meridionale, con punte che assumono dimensioni massive nella Puglia d’oggi; mito negativo nell’Italia dei Comuni, sino a identificare l’imperatore svevo con la barbarie; mito oscurato e rimosso nella Germania contemporanea, a dispetto dell’esaltazione compiuta da Ernst Kantorowicz in un’opera che, pur datata, continua ad avere ancora oggi un pubblico fedele e appassionato.
Ma è la stessa tripartizione che, profondamente innestata e riconoscibile nella cultura contemporanea, continua a manifestarsi in occasioni e circostanze anche impensabili. Agli esempi che ci propone Marco Brando ne aggiungo un altro, recentissimo e altrettanto eloquente. Intervistato da «la Repubblica» dell’11 settembre scorso a proposito di voci che vorrebbero la nota attrice Sabina Guzzanti sotto inchiesta per la sua satira contro papa Ratzinger, un grande protagonista della cultura contemporanea, il premio Nobel Dario Fo, che al mondo medievale continua a dedicare la sua attenzione, ha risposto citando inaspettatamente Federico II: «È una vergogna. Peggio: è fascismo…L´accusa è di vilipendio al Papa, per una norma che ci riporta indietro ai Patti Lateranensi. Leggi fasciste, appunto. È un nuovo passo indietro. Di questo passo torneremo alla legge di Federico II di Svevia contro i “jugulares obloquentes”, contro i giullari triviali sparlatori. La legge di Federico incitava i cittadini a bastonare i giullari che si permettevano di insultare le autorità costituite, anche procurando loro la morte…». E qui, nel ricordo dello Svevo come tiranno, è il segno negativo a prevalere.
C’è qualche minimo comune denominatore, in questa scansione tripartita del mito federiciano? Almeno due possiamo rintracciarli e definirli agevolmente, nel loro intreccio coerente e reciprocamente giustificativo: il rapporto con le identità (vissute, inventate o negate), e il vuoto di memoria. Esemplifichiamo sulla Puglia. A tutti i pugliesi intervistati da Marco Brando, a qualunque livello sociale e culturale appartengano, Federico II (anzi, Federico, come familiarmente lo chiamano quasi tutti: ed è la spia della loro non-distanza dal personaggio) appare, implicitamente o più spesso esplicitamente, l’emblema della pugliesità, la raffigurazione piena e completa dell’identità pugliese. Identità, radici, vocazioni, risorse culturali: attenzione, si tratta di termini che, anche declinati al plurale per esaltare la molteplicità dei rispettivi significati, condensano ambiguità e contraddizioni. In una cultura che è insieme di massa e mercificata come la nostra, le radici, le tradizioni, i “beni culturali”, lo stesso rapporto con il passato possono essere il frutto, in buona o cattiva fede, di manipolazioni, reinvenzioni, deformazioni. Come ha teorizzato lo storico antichista francese Paul Veyne per il concetto identitario ma soggettivo di “radici”, al quale ha preferito quello più dinamico e coinvolgente di “patrimonio di diversità”, sarebbe il caso di ridiscutere ognuno di quei termini, insistendo in particolare sulla distinzione tra “storia” e “memoria”, nella consapevolezza delle resistenze e degli interessi che a vario titolo si frappongono al recupero della centralità di una corretta conoscenza storica.
Lo ha ribadito il medievista Giuseppe Sergi in un articolo (Nebulosa precontemporanea: quale materia prima per operatori culturali?) pubblicato nel primo numero di una nuova rivista di didattica della storia, «Mundus» (gennaio-giugno 2008): tra gli esempi di “invenzione della tradizione”, Sergi ha riferito il caso di un Comune dell’Astigiano in cui da tempo si svolge una manifestazione in costume ambientata nel Medioevo e imperniata sul rito del sacrificio di un… tacchino! E quando uno storico del Medioevo accreditato come Renato Bordone ha fatto notare agli amministratori locali che i tacchini sono giunti in Europa dopo la scoperta dell’America, la reazione è stata quasi di sdegnata offesa, e tutto è continuato come prima (e perché, allora, per incrementare il turismo, non aggiungere anche le patate e i pomodori?).
«Ecco perché – conclude Sergi – il concetto stesso di identità è da giudicare pericoloso, da maneggiare con cura: per questa ragione la storiografia professionale diffida dell’erudizione volta a celebrare “radici” e “storie patrie”, mossa da amore per una terra e non per la verità. Meglio abbandonare del tutto la nozione di identità (secondo i suggerimenti degli antropologi Francesco Remotti e Marco Aime) o almeno essere pronti ad analizzare “identità variabili”». Ecco, se il concetto di “radici” venisse storicizzato valorizzando il patrimonio di diversità che esso contiene e disponendolo su un arco di tempo non definito a priori, la Puglia (le Puglie) scoprirebbe quanto limitativo sia un uso assolutizzato di Federico II come elemento fondante di identità.
A Brando non sfugge quanto il mito positivo federiciano in Puglia si presenti in realtà, come da tempo vado sostenendo, come una sorta di “mitomotore”, cioè, in sintesi estrema, come il “mito politico costitutivo” di una comunità. Nell’accezione del sociologo inglese contemporaneo Anthony D. Smith (è del 1986 il suo The Ethnic Origins of Nations), il concetto di mythomoteur si lega indissolubilmente ad un sostrato etnico unificante, e ne è per certi aspetti il portato. Da qui bisogna partire, ma è poi necessario superare la rigidità totalizzante della definizione smithiana. È difficile quindi non concordare con il medievista Enrico Artifoni quando qualche anno fa, in una sua “lezione” pubblicata in un troppo poco utilizzato manuale universitario di Storia medievale (Donzelli, Roma 1998), osservava che, per quanto il medioevo continui ad essere considerato il «contenitore ideale» dei mitomotori, «ben di rado risulta averli contenuti davvero come realtà storicamente accertabili». E aggiungeva: «Non è accettabile che il medioevo europeo sia trattato come sponda in cui pescare – con discorsi di comodo spesso disinformati – le legittime origini di grandi formazioni nazionali ottocentesche o le disconosciute radici di rivendicazioni regionalistiche a vocazione neonazionalistica».
Proprio in questo senso il mito federiciano in Puglia continua ad apparirmi un mitomotore (per quanto ipotetico come mito d’origine), piuttosto che un mito tradizionale. Molti dei suoi elementi costitutivi, a iniziare dal rapporto con un’Apulia che si vorrebbe mater di Federico II, ma che non è né la Puglia-regione contemporanea, né la regione in cui lo Svevo è nato e si è formato, non sono realtà storicamente accertabili, si pongono anzi al di fuori dei dati storici di cui disponiamo. Allo stesso modo non sono elementi storicamente appurati, ma vengono richiamati di continuo nella connotazione dello Svevo, i suoi caratteri, semplicistici e convenzionali, di “anticipatore dello Stato moderno”, “sovrano tollerante”, “primo uomo rinascimentale”, “primo pacifista”, “primo ambientalista”, “primo animalista”, e persino di “primo femminista” della storia. A farne le spese, naturalmente, sono la complessità e la stessa contraddittorietà di Federico II e della sua azione politica, economica, culturale, sociale.
Centrali nella mitopoietica federiciana, ma davvero insostenibili sul piano storico, quei primati sarebbero stati probabilmente invisi allo stesso sovrano, che pure, come molti storici hanno sostenuto negli ultimi anni (penso qui almeno al saggio di Cosimo Damiano Fonseca sul mito federiciano apparso nel 2005 in Federico II. Enciclopedia Fridericiana della Treccani, e opportunamente citato da Marco Brando), è stato il primo costruttore del suo stesso mito. Ecco, quello di “grande esperto di comunicazione e di propaganda” è un titolo che allo Stupor mundi forse non sarebbe dispiaciuto: guarda caso, è un titolo che però nessuno degli appassionati federiciani si è mai sognato di attribuirgli.
Cosa c’è, alla base di quegli inattendibili primati? Certo, una dose massiccia di stereotipi e deformazioni che riguardano la storia del secolo XIII. Ma, al di là di un evidente vuoto di identità che per i pugliesi la figura destoricizzata di Federico II intende colmare al meglio, al di là del bisogno di un riconoscimento collettivo forte e motivante, c’è anche una più o meno traumatica, più o meno manifesta, più o meno consapevole, rimozione della storia, della sua concretezza e della sua multidimensionalità, a vantaggio di qualità che, già manifestatesi limpidamente nel passato (Federico II), si vorrebbe altrettanto limpidamente riscontrare nel presente: la ricerca della pace, l’integrazione etnica, la tolleranza, l’umanizzazione del potere, la coscienza ecologica, la giustizia giusta, e via dicendo. Qualità, in sé, innegabilmente positive. Il punto negativo è invece che tutto questo, poggiando su “vuoti di memoria”, di fronte ad una pur superficiale verifica storica rischia di appannarsi, se non di sciogliersi come neve al sole, con il risultato di vanificare le stesse qualità invocate come giustificazione della passione e del mito, e dunque di indebolire le stesse “radici” che si volevano salde e indiscutibili. Quale radice volete che cresca, in un campo privo di terreno, un campo che si presenta spoglio di humus e vuoto di memoria? Conviene ricordarlo qui: Vuoti di memoria è il titolo di un bel libro, autore Stefano Pivato, a metà tra l’analisi e la denuncia, edito da Laterza nel 2007 con il significativo sottotitolo Usi e abusi della storia nella vita politica italiana.
Quando, a proposito di Federico II, i vuoti di memoria – con il loro bagaglio di informazioni errate o assenti, di invenzioni e luoghi comuni, di manipolazione in buona o cattiva fede dell’informazione storica – si sposano alla dimensione e alle qualità del mito, il risultato è una miscela esplosiva.Non ci credete? Date un’occhiata ai due esempi seguenti. Nella videocassetta sul Castello di Catania, una delle videocassette che periodicamente accompagnavano i fascicoli della serie Castelli d’Italia e i più grandi d’Europa. Storia. Miti. Leggende, Hobby & Work Italiana Editrice, in vendita nelle edicole italiane (dunque con diffusione di massa) poco più di una decina d’anni fa, veniva messo in scena un incontro tra Federico II e Riccardo da Lentini, il capo degli architetti (praepositus aedificiorum) al quale è attribuita la costruzione di quella struttura. La scena, francamente surreale ben al di là dei suoi banali errori, può esser letta come esempio sia di vuoto di memoria, sia dei pericoli che la glorificazione mitica dello Svevo comporta. La descrivo con le stesse parole che usai in un articolo del 1997 pubblicato nella rivista «Quaderni medievali», diretta da Giosuè Musca:
«Riccardo si presenta al cospetto di Federico II con un masso di lava in mano: un modo brillante per evidenziare il materiale con cui fu costruito il castello. In nome delle necessità della divulgazione e della teatralizzazione tutto è possibile: superfluo allora protestare per un Federico rappresentato anche qui con capelli nerissimi (perché siciliano, o per irreperibilità di una parrucca?), per l’abbigliamento dei personaggi, per l’elmo del soldato di guardia, per i rotoli di carta velina, dal vago sapore attuale, disposti sul tavolo da progettista dell’imperatore. È comunque difficile accettare il dialogo che segue, con Riccardo che motiva allo Svevo la sospensione dei lavori nel cantiere castellare. I popolani, che l’architetto osa paragonare all’imperatore in quanto, secondo natura, “esseri intelligenti: pensano come me, come voi [sic], Maestà”, “non conoscono, non possono capire le vostre grandi opere, la Costituzione siciliana [sic], il Liber Augustalis, un grande trattato [sic] giuridico”. Ieratico, Federico gli risponde che solo la storia, non il popolo, potrà giudicare la sua grandezza, il suo “contributo all’umanità”: “Sapete, sto scrivendo un trattato di ornitologia, De arte venerandi [sic] cum avibus...”. Date queste premesse, non ci si stupisce di sentir dire che l’astensione delle maestranze non è assenteismo, né congiura, né ricatto. Di più, giura Riccardo: “Uno sciopero, una questione sindacale [sic], un nuovo modo per ottenere quello che loro pensano sia giusto”. “Non avevo mai sentito di questa forma eversiva di solidarietà - ammette Federico mordicchiandosi le auguste dita - È un precedente pericoloso e assurdo”. Già. Qui fuori, continua Riccardo, ci sono tre loro esponenti che aspettano di essere ricevuti: “Sappiate che i tre sono rappresentanti dei popolani, dei contadini e delle maestranze edili”. “Fateli entrare”. Sorpresa: entrano un uomo e due donne (il giorno era forse l’8 marzo). E che cosa chiedono? “Un atto di umanità e di democrazia [sic]”. “Ma è ridicolo”, reagisce Federico. Siamo d’accordo con lui».
Non basta. Sullo Svevo sono stati girati alcuni film – non quanti il mito autorizzerebbe ad immaginarsi – che hanno tutti avuto scarsa fortuna di critica e di pubblico (ma i federiciani vanno mai a cinema?). In breve, Federico II a cinema non rende, non funziona. I l suo mito non consente la rappresentazione della complessità, delle sfaccettature, delle zone grigie, come accade solitamente per un Robin Hood o una Giovanna d’Arco, che possono infatti vantare decine di film e di caratterizzazioni. Federico II, mito solo positivo, o mito solo negativo, è tutto bianco o tutto nero: una figura monocorde e monotona. Spogliato di una dimensione storicamente umana, privo di una dimensione realmente epica e realmente drammatica, obbligato a comportarsi sempre come un campione che deve vincere medaglie d’oro in ogni specialità sportiva, il Federico protagonista dei film finisce per essere travolto dalle sue stesse qualità. Ne fa fede quello che è certamente il più conosciuto film girato su di lui, Stupor mundi, per la regia di Pasquale Squitieri (1998). Liberamente tratto dal poema Ager Sanguinis di Aurelio Pes, finanziato dalla Fondazione Federico II, interpretato da Claudia Cardinale, Lorenzo Crespi e Adalberto Maria Merli, sceneggiato dallo stesso Squitieri, il film (della durata di soli 52 minuti, ma non è uno svantaggio) è l’apoteosi del personaggio disegnato dal mito positivo. Tra ingenue metafore e scontati stereotipi, tra inquadrature brevi ma insistite di un inevitabile falcone dallo sguardo sempre corrusco e di un evitabile Giordano Bruno Guerri (sì, lo storico-saggista) dallo sguardo sempre pensoso, tra continui rimandi tra l’età contemporanea e il Duecento federiciano (ogni attore interpreta almeno due personaggi, uno contemporaneo e uno medievale; la Cardinale, bellissima e bravissima come sempre, interpreta anche la madre dello Svevo, Costanza d’Altavilla, e la sua prima moglie, Costanza d’Aragona), tra flagellazioni di streghe e corse su cavalli bianchi, tra pretenziose discussioni filosofiche e ghigni di ecclesiastici, il film non riesce mai a liberarsi da un tono didascalico che assegna al protagonista un comportamento ieratico e intellettuale da primo della classe, rendendolo inutilmente antipatico.
Ci sono incongruenze storiche, e persino qualche errore, ma non è questo che conta, in un film. Contano, nella reinvenzione del medioevo, la verosimiglianza e la decifrabilità dei personaggi e dell’insieme. Questo obiettivo non sembra raggiunto, e l’effetto di molte scene è piuttosto la mancanza di credibilità. Così in quella in cui Crespi-Federico II e Cardinale-Costanza d’Aragona si ritrovano a letto, sdraiati fianco a fianco, il volto verso lo spettatore. Si baceranno? Si addormenteranno? Nossignore. Costanza, curiosa e provocatrice, domanda al marito: «Ma più in alto, oltre le stelle, che cosa si trova?». Incauta: mai porre domande ontologiche ed esistenziali ad un mito. La risposta del marito, un Federico II che in tutto il film non riesce a sorridere una sola volta, schiacciato com’è dal fardello del mito, anticipa Galilei e Asimov: «Nuovi mondi, Costanza, nuove stelle che non possiamo vedere». E lei, invece di chiedergli come fa lui a sapere di nuovi mondi che nessuno può vedere, rilancia malandrina: «E alla fine, proprio al limite estremo?». Lui, modulando uno sguardo del tipo “Ma chi me l’ha fatta sposare, questa qui?”, risponde, anticipando Nietzsche e Einstein: «Non esiste alcun limite estremo». Al che lei, grondando meraviglia: «Non esiste? E il paradiso, allora? E gli angeli? La Madonna? E Dio padre che siede sul trono tra il Figlio e lo Spirito Santo? Dov’è tutto questo?». La risposta è esattamente quella che ci si aspetta da un mito: «Forse in ogni luogo. Negli atomi della Terra come nei globi celesti, nel cuore degli uomini come nel cuore dell’Universo». Nobel per la letteratura o per l’astronomia?
Ebbene, se siete sopravvissuti a questa scena, se siete definitivamente convinti che nella storia non c’è un Federico II positivo, come non c’è un Federico II negativo, siete pronti per analizzare, con Marco Brando, lo “strano caso” del suo mito tripartito.
Raffaele Licinio