
Anche quest’anno non mi esimo di fare un piccolo riassunto della festona di Galatone: Festa Ti lu Panieri (Etimologicamente PANIERI = fiera, mercato, adunanza dal greco πανείρος -paneìros- da PAN tutto e AGYRIS congrega; con buona pace di tutti, spero…) in onore del Santissimo Gesù Crocifisso, venerato – è proprio il caso di dirlo- a Galatone in virtù della icona miracolosa custodita nel fantasmagorico altare maggiore del preziosissimo Santuario seicentesco.
Festa che comincia di fatto il 1 maggio con la ormai tradizionale sfilata dei carri a trazione animale, sfoggio dei cavalli da tiro miracolosamente sopravvissuti alla meccanizzazione della agricoltura, retaggio di una antica cultura equestre con venature western, e continua il 2 con la oceanica processione, il 3 con la grande festa, e il 4 di maggio si conclude con Santa Monica, la tradizionale “festa dei paesani” che termina con l’attrazione musicale di livello nazionale.
La Festa di per sé è tradizione; ma l’indefesso Comitato tenta di farla sempre migliore aggiungendo innovazioni, eliminando rami secchi, cercando di calibrare l’evento alle nuove esigenze. A volte, come quest’anno c’azzecca, altr volte un po’ meno. MA senza questi laboriosi uomini e donne non si potrebbe fare nulla.
Quest’anno, in verità, penso che nel complesso non si possa fare proprio nessun appunto organizzativo. Anche perché il grande miracolo è stato che dopo una primavera da uomo in ammolo finalmente s’è visto il sole! E tutto ha preso un’altra luce.
Rimangono sempre latenti – ma non so se qui è una pecca del Comitato o una inammissibile latitanza della organizzazione comunale – i servizi igienici pubblici : è evidente che mancano!!!!!
Per il resto ho da notare positivamente come finalmente dopo il restauro del Santuario nessuno più lo sfregia con fasci di cavi metallici (quando io insistevo – inascoltato e solitario- con il vietarli era allora evidentemente possibile evitarlo, no?). Non mi pare che lo stesso rispetto sia stato portato ad altri monumenti. Anche se le luminarie della porta di S. Sebastiano, quest’anno lodevoli, hanno risparmiato dalla spalmatura indifferenziata di luci almeno la statua del Santo.
Bella l’iniziativa di aprire il cortile del Palazzo Pignatelli e le sale a piano terra per la Mostra degli stemmi gentilizi realizzati dal laboratorio della Scuola Media. Certo un rischio, visto che il Palazzo non è collaudato (allora nessuno si meravigli dell’Ospedale di L’Aquila!!!). Ma chi se l’è preso avrà valutato bene la cosa. Mi spiace solo che le didascalie sull’origine dei cognomi presenti accanto agli stemmi delle famiglie fossero piene di imprecisioni marchiane. In questo modo l’errore di pochi diventa perpetuato nei molti.
Ottimi i complessi musicali che hanno riempito di suoni la piazza. Grandioso l’allestimento per il “cantante” Zarrillo. Ma, personalmente, non è trai tanti generi musicali che ascolto e apprezzo quello mio preferito. Così ho tributato solo una presenza fatta di curiosità più per onore di firma e per vedere l’allestimento ed ascoltare gli strumentisti (Maurizio De’ Lazzaretti alla batteria, un po’ costretto dalle partiture calanti tipiche dell’autore, e una rarissima percussionista donna su tutti). Dopo tre pezzi il mio livello di sopportazione aveva già raggiunto la zona rossa della tolleranza e ho preferito sentire legni e ottoni impegnati in una esecuzione decentissima di una fantasia del Rigoletto verdiano che non gli accordi in minore dello Zarrillo. E non ero il solo, a giudicare dal folto gruppo di irriducibili melomani – moltissimi giovani!- che hanno continuato a presidiare la piazza Costadura; il nostro bel “teatro urbano” finalmente affrancato dalla inquietante presenza di quelle scellerate fioriere rusticamente fuori luogo portatrici di quel verde impalmettato così avulso dal contesto architettonico e storico. Ma sento che il ristoro non durerà…. Perché errare è umano ma perseverare è diabolico. E qui……..siamo anche oltre.
Ma la domanda che mi ripeto ogni anno è questa: di tutto questo grandissimo ed encomiabile impegno di tanti, di questo sacrificio economico di tantissimi, di questo movimento di persone, merci, informazioni, cultura ….. cosa rimane a Galatone?
Galatone, in altri termini, riesce a far fruttare l’enorme dispendio di forze e denari? Il nostro paese riesce a capitalizzare in chiave turistica, culturale, agroalimentare, artigianale, sfruttando tanto clamore sociale e tanto afflusso di genti forestiere?
Io continuo a rispondermi di no.
I soldi che “escono” da Galatone, sono di gran lunga maggiori di quelli che “entrano”.
Ne guadagnerà ogni anno l’immagine tradizionale del paese, ma economicamente è sempre una perdita secca.
Si potrebbe invertire il trend?
Io penso di sì.
Basterebbe applicare qualche idea che potesse dare lustro e visibilità alle attività economiche galatonesi, che potesse caratterizzare la nostra Festa come occasione di promozione turistica e culturale.
E non solo con quella “fiera” che puntualmente compare e scompare. E oggi è scomparsa.
Io di idee ce ne avrei. Tante.
Altre ne ho sentite.
Ma di continuare a predicare nel deserto ho proprio perso la voglia. E le mie idee le userò e divulgherò solo quando il clima sarà cambiato.
Che intanto si continuino pure a sperperare i soldi pagando a peso d’oro pascoli per la creazione di inutili zone non definibili a termini di Legge; che si continui ad affermare che “l’agricoltura non esiste più”, che si continui a decaratterizzare un intero territorio, che lo si continui a “consumare”, che si continui a riempirsi la bocca di “cuori che non battono” portandoli, poi, definitivamente all’infarto totale, alla necrosi, che si continui ad avere idee turistiche anacronistiche e fallimentari…..se la Democrazia di Galatone vuole questo se lo tenga.
Io non mi sento, allora, di QUESTA GALATONE, io sono di UN’ALTRA GALATONE. E penso a GALATONE SOPRA A TUTTO. Penso a GALATONE SOPRA; UP; IN ALTO!!!! Anche sopra e prima di tutto il ridicolo carosello politico al quale andremo immantinente ad assistere da qui sino ai primi di giugno.
Dopo aver gabbato lo santo saremo noi a subire la stessa sorte.
C’è da scommetterci.
Ma non da rassegnarsi.
Quello, io, mai.
