Arrivo sempre in ritardo, ma infine ci arrivo. Così sono riuscito anche ad avere il nuovo CD dei Muffx, impreziosito dalla maschia calligrafia del Bruno, sotto forma di pensierino firmato a mio uso e consumo.
Passato qualche giorno necessario a metabolizzare la consapevolezza di possederlo, finalmente rompo gli indugi e lo inserisco nella fessa del mio stereo, con intima freudiana soddisfazione. Da quel momento il CD sembra essersi liquefatto nei circuiti integrati dello stereo: non riesco più a toglierlo. O meglio, non intendo toglierlo da lì. Mi sa che vi sosterà piuttosto a lungo. Il motivo è molto semplice: non ascoltavo un disco così bello e coinvolgente da non so quanto tempo. Vero è che il sottoscritto non è propriamente un fulmine di guerra quando passa vicino a un negozio di dischi, ma la mia ignavia è generalmente incoraggiata dalla pochezza di un’offerta discografica (fatti salvi i soliti classici) appiattitasi su modelli di consumismo musicale che non mi si attagliano. Allora quando mi capitano per le mani rari prodotti come questo Small Obsession sono capace di dimenticare tutto il resto per un bel po’.
Dire che Small Obsession è un bel disco è decisamente riduttivo. Opinione mia eh! sia chiaro! Del resto solo quella posso esprimere, finché ne ho una.
Sono sincero: che un quartetto di ragazzi galatonesi, dei quali anagraficamente potrei avere la patria potestà, potesse tirar fuori dal cilindro un’opera del genere non me l’aspettavo. Forse un po’ tutti siamo vittime di quella stramaledettamente falsa idea che solo oltremanica o oltreoceano si possa produrre roba rockmorfa di qualità, e quando un gruppo di ragazzi del sud est italico si muove in quel territorio, abbandonando al loro aureo destino tamburelli e pizzicate varie, diventiamo a dir poco scettici e quasi ci rifiutiamo di dar loro una chance o quantomeno il beneficio del dubbio. Conoscevo già le qualità di Luigi Bruno & Company, ma lo spessore notevole del loro lavoro mi ha ugualmente sorpreso. Dopo il primo ascolto ho messaggiato telefoninicamente con Luigi per chiedergli da dove avesse preso tutta quella musica, e lui mi ha risposto che non ricordava. Era vero: non può ricordarsene. Non può ricordarsi di tutte le volte che ha messo su un disco del miglior rock degli anni d’oro, di tutte le volte che si è fatto affascinare dalla colonna sonora di un film; non può essere consapevole di quanto il setaccio del suo animo profondamente musicale abbia trattenuto di quell’enorme quantità di musica che lo ha attraversato. Qui non si tratta di imitare le gesta eroiche dei miti musicali del nostro tempo, quella è una cosa che posso fare io, forse. Qui si parla di veri e propri sedimenti musicali che danno forma e sostanza ad una personalità musicale spiccatissima, venuta fuori alla grande dopo un primo lavoro interlocutorio, già interessante ma non ancora maturo. Ora si tratta di capire dove questi ragazzi possano arrivare, e se non fossimo nell’era di un defilippisiano decadimento mi sentirei di pronosticare loro grandi successi, peraltro già annunciati da un riscontro di critica notevole, anche a livello internazionale. Cos’ha di speciale questo disco? Intanto è maledettamente ben suonato, e basta ascoltare con un minimo di attenzione i brani per rendersi conto che non è proprio musichetta di facile esecuzione. Ogni pezzo è costruito con una varietà di ispirazione e una attenzione ai particolari degne di altri tempi. Le sonorità sono dure quanto basta per omaggiare le origini stoner del gruppo, ma la struttura dei brani ricorda da vicino i processi compositivi del miglior hard rock e persino del progressive targato 70. Vi ho sentito echi di chitarre genesiane alla Trespass, riff chitarristici da Profonda Porpora, atmosfere da Re Cremisi, reminiscenze da Jetro Tull e molto altro ancora. Sto esagerando? Forse. Ma sono solo mie impressioni che invito caldamente a verificare, ognuno con la propria sensibilità. Non è il tuo genere, mi diceva Luigi, ma personalmente non ho mai creduto ai generi preconfezionati, credo solo che esista la buona e la cattiva musica, e questa fa parte di diritto della prima. Questi ragazzi hanno imparato le lezioni che erano da imparare, prima di mettersi in gioco, non sono trapezisti senza rete.
I brani sono quasi tutti caratterizzati da tonalità in modo minore, il che crea un effetto straniante per l’utilizzo reiterato di terze maggiori in bella evidenza. Il risultato è una tensione palpabile, un filo conduttore di drammatica coerenza che denuncia l’esistenza di un pensiero musicale unitario a tenere insieme i singoli brani. Sembra di vedere, a momenti, desolate lande battute dal vento, con gli immancabili cespugli rotolanti e un Quintino Tarantino venir fuori da un nugolo di polvere al suono di metalliche Fender evocanti atmosfere da Apache. La ritmica è rovente e precisa, spesso con “intenzione” da tempo dispari anche sul quattro quarti. Ottimo lavoro, Alberto e Amedeo. Se proprio un difetto devo trovare, probabilmente sta nel fatto che la voce di Luigi non è particolarmente valorizzata da un missaggio un po’ penalizzante per lei, ma potrebbe anche trattarsi di una scelta tendente a farne uno strumento tra gli altri, come in effetti è.
Ma il vero pregio di questo disco è che nonostante i nostri si tengano bene alla larga dai cliché di un salentinismo imperante, in realtà non ci riescono del tutto. Forse anche grazie al colpo di genio dell’ultima lunga traccia, dove per oltre tre minuti, un tempo discograficamente lunghissimo, ci fanno ascoltare il nostro vento e, soprattutto, il nostro mare. Sembra una follia, ma in realtà proprio l’ultima traccia è quella che ho ascoltato più di tutte, forse perché in quei tre minuti la voce del mare fa decantare tutte le emozioni che il disco dispensa a piene mani. Sapere che tutto questo è successo a Galatone, sinceramente, ancora mi sorprende.
Questa non è una recensione, non ho i mezzi per farlo, si tratta solo di mie impressioni. Ma chi pensasse che ho esagerato è invitato ad acquistare Small Obsessions e avrà una grossa sorpresa.
Pasquale Chirivì