MIO PAESE, COSÌ SGRADITO DA DOVERTI AMARE. V. Bodini . "La vera libertà di stampa è dire alla gente ciò che la gente non vorrebbe sentirsi dire". (George Orwell) Giornalismo è diffondere ciò che qualcuno non vuole si sappia, il resto è propaganda (Horacio Verbitsky)
LI CICALE
Cquandu sienti cantare tuttu lu giurnu li cicale,
zacchi sintire già, lu n’dore tti lu mare.
Li culumbi, onu zzaccatu maturare,
li pere, a ccatire.
Li cicale, no ccapisci se stà ccantanu,
o stà mmalanganu,
tantù ete, ca ggiurnu e notte li sienti sunare.
Li furmicule a n’fila fatianu,
cquasi ni mmoscianu comu imu ffare,
sé li fili e lla mugghere, imu ccampare.
Ognè ttantu, ti ciroccu si ggira a tramuntana,
ma la canzone nò ccangia e,
sempre cqueddhrà ca sonanu ti nà simana
Tra cquarchè ggiurnu, ddentu cicala puru jò,
e vvò mmi menu su lli scogli a m’pacce a mmare.
Tantu sole,
stannu portu a n’capu ca aggiù pigghiare,
cu bbitimu sé la reuma ni llassa stare.
Il 12 settembre 1987 due mani esperte di arti marziali si abbattevano con tragica precisione sul corpo di un trentacinquenne che aveva conquistato il mondo con il suo enorme talento. Dopo nove giorni di coma, il 21 settembre, si spegneva in una camera d’ospedale di Fort Lauderdale, in Florida, il più grande bassista di tutti i tempi.
Questa tragica circostanza segna la fine della vita terrena di Jaco Pastorius e consegna definitivamente alla leggenda un uomo e un musicista straordinario, capace in pochi anni di cambiare totalmente il destino del suo strumento, il basso elettrico, imprimendo una svolta decisiva verso una nuova concezione del suo ruolo e aprendo prospettive straordinarie fino a quel momento impensabili a tutto vantaggio di intere generazioni future di bassisti.
Appartengo anch’io alla folta schiera di bassisti che portano i segni dell’influenza di Jaco nel proprio modo di suonare, anzi personalmente devo proprio a lui la svolta che quasi trent’anni fa mi portò ad abbandonare la chitarra, con la quale ero probabilmente in una fase di stallo, per abbracciare la causa del basso, strumento dal fascino discreto ma suadente, ritenuto erroneamente in ombra rispetto agli strumenti solisti per eccellenza, almeno fino all’arrivo di Jaco.
Anch’io sento quindi di dover dire qualcosa su questo musicista straordinario, e sento anche il dovere di farlo prima che si scatenino le celebrazioni ufficiali e le riedizioni di rito proprio da parte di quegli stessi discografici che lo abbandonarono a sé stesso nel momento in cui la sua vita attraversava un momento di grande difficoltà, quando avrebbe avuto bisogno di un sostegno concreto, di un contratto discografico che lo avrebbe aiutato a riacquistare la fiducia necessaria ad affrontare un disagio esistenziale profondo e una patologia psichica che richiedeva cure sistematiche.
Purtroppo il business ha le sue dure leggi e chi non si dimostra affidabile sul piano dei ritorni economici non ha possibilità alcuna di essere sostenuto. Anzi, arrivati ad un certo punto vale molto di più un illustre cadavere da commemorare con ipocrita finta commozione piuttosto che un musicista in difficoltà che stenta a ritrovare sé stesso. Dispiace dover dire questo, ma è esattamente quello che è successo a Jaco, aiutato in qualche modo solo da pochi amici musicisti che assistevano con profonda pena al suo declino umano.
Parlare delle drammatiche vicissitudini degli ultimi anni di vita di Jaco, della rottura con la famiglia, la moglie Tracy e quattro bellissimi figli, John, Mary, Felix e Julius; dei ricoveri in ospedale psichiatrico; degli abusi con l’alcool e la cocaina; dei ripetuti arresti per molestie; delle profonde depressioni e degli sbalzi di umore; del girovagare per New York senza fissa dimora; della crescente pulsione all’autodistruzione: parlare di tutto questo è per me dolorosamente insopportabile, soprattutto perché il tutto non era frutto di un carattere difficile o violento, ma di alcuni disturbi della personalità che gli erano stati anche diagnosticati e che andavano curati.
Preferisco parlare del Pastorius migliore, del musicista immenso e dell’uomo dal “grande spirito con una bella saggezza animale”, come lo definì Joni Mitchell.
John Francis Pastorius III, detto Jaco, aveva un carattere aperto e solare, amava la vita e la famiglia e amava autodefinirsi “il più grande bassista del mondo”.
E’ con questa credenziale che si presentò a Joe Zawinul nel 1975 dopo le prove di un concerto, cercando di farsi ingaggiare nei Weather Report e ottenendo naturalmente, in risposta a tanta sfacciataggine, un perentorio invito a farsi da parte.
Quando però nel 1976 i Report dovettero sostituire il bassista Alphonso Johnson, Zawinul si ricordò di quel ragazzino presuntuoso e si decise ad ascoltare uno dei tanti demo che Jaco gli mandava con caparbia insistenza, nella fattispecie quello del suo primo album che di lì a poco sarebbe stato pubblicato. L’ascolto di quel demo fu illuminante: il vecchio Joe non credeva alle sue orecchie, come presto non ci avrebbero creduto tutti quelli che avrebbero ascoltato quel primo impressionante lavoro di Jaco. Fu in questo modo che Pastorius diventò il bassista dei Weather Report, contribuendo in maniera determinante ad allargare il loro già notevole successo grazie al sound molto particolare che il suo basso regalò alla band.
Quello di autodefinirsi il più grande bassista del mondo non era il vezzo di un ragazzino presuntuoso e irriverente, per il semplice fatto che Jaco era “veramente” il più grande bassista del mondo e, per quanto mi riguarda, nonostante il proliferare di grandi bassisti dopo di lui, nessuno è mai riuscito ad eguagliarlo.
Jaco era perfettamente consapevole di aver rivoluzionato il modo di suonare il basso elettrico, tirandone fuori dei suoni incredibili e facendone uno strumento solista a tutti gli effetti. Oggi non esiste bassista che non gli riconosca il merito di aver aperto una porta attraverso la quale tutti gli altri sono passati.
Il guaio è che attraverso quella porta sono poi passate miriadi di strumentisti dalle dita velocissime ma dallo scarso talento, che hanno iniziato un sistematico lavoro di demolizione del tradizionale ruolo del basso senza saper costruire nulla di nuovo che non fosse un’imitazione pedissequa dello stile e del suono di Pastorius.
E’ così che per un lungo periodo si è andata affermando la tesi che per essere un buon bassista fosse necessario saper sparare un numero impressionante di note in rapida successione. Ragion per cui ad un certo punto ha iniziato ad imporsi la sensazione di uno snaturamento del ruolo del basso, innalzato a tutti i costi al ruolo di strumento protagonista da bassisti narcisisti dotati di strumenti sempre più costosi sui cui manici proliferavano corde aggiuntive necessarie a fare sfoggio di sofisticata tecnica strumentale e musicalità sempre più povera. Anche io, nel mio piccolo, avevo avvertito la pericolosità di questa tendenza, e ogni volta che sentivo suonare uno di questi campioni avevo una crisi di rigetto, al punto da orientarmi per reazione verso una concezione fin troppo minimalista del ruolo del basso, rinunciando implicitamente a seguire prospettive di sviluppo della tecnica strumentale che sicuramente mi avrebbero fatto bene qualora fossi riuscito a metterle al servizio di un mio personale gusto musicale, cosa non del tutto scontata.
Purtroppo i fenomeni di emulazione dei grandi capiscuola, in qualunque campo, hanno spesso questi effetti collaterali non graditi. Penso a quello che è successo nel tennis, ad esempio, dopo l’avvento di Bjiorn Borg, quando uno stuolo di noiosissimi pallettari arrotini si impose nel tennis mondiale come una moda funesta che impoverì il gesto tennistico e la spettacolarità del gioco, dato che nessuno degli emuli aveva il talento e la personalità del caposcuola che voleva imitare.
Per fortuna il tempo riesce di solito a rimettere le cose al loro posto e oggi, a vent’anni dalla scomparsa di Jaco, possiamo sicuramente dire che il ruolo del basso, dopo il salutare processo di “pastorizzazione” subito, è affidato alle mani e alla sensibilità di bassisti più consapevoli e meno succubi di un’eredità meravigliosa ma terribilmente pesante da raccogliere. Due nomi tra i tanti rappresentano un modo intelligente di onorare il ricordo di Pastorius e di coglierne gli insegnamenti, ma ce ne sono per fortuna tanti altri: Marcus Miller e Richard Bona, due fuoriclasse, non a caso.
Ma cosa aveva di speciale il modo di suonare di Pastorius? Molto più esplicativo di qualsiasi parola sarebbe l’ascolto del suo già citato primo album, quello che porta semplicemente il suo nome, come è giusto che sia per un’opera prima che rappresenta la migliore carta d’identità possibile per un artista immenso come Jaco.

Il brano d’apertura, Donna Lee di Charlie Parker (in realtà di Miles Davis, ma non tutti lo sanno), eseguito interamente al basso col solo accompagnamento delle percussioni, fa immediatamente capire che si è in presenza di qualcosa di straordinario, di mai sentito prima. Uno degli standard più famosi del Be Bop, un tema tutt’altro che semplice, eseguito in velocità sul manico di un basso senza tasti con un gusto ed un sound incredibili. Il solo fatto di aver “pensato” di riprodurre quel brano con uno strumento come il basso indica un’apertura mentale fuori dal comune e una concezione innovativa del ruolo del proprio strumento.
Tutto l’album è pervaso da molteplici influenze che vanno dai ritmi caraibici al R&B, dal jazz alla musica classica. Alcune perle assolute spiccano sulle altre. Oltre alla già citata Donna Lee, brilla in particolare Portrait Of Tracy, dedicato evidentemente alla moglie, assolutamente spiazzante al primo ascolto, essendo eseguita interamente mediante l’uso di armonici naturali sostenuti da note basse che risolvono armonicamente in accordi jazzistici di rara bellezza quegli incredibili suoni cristallini.
Ricordo che da ragazzo provai a tirar fuori quei suoni dal mio basso senza tasti, ma imparate le primissime battute non riuscii più a capire come facesse a tirare fuori quegli armonici incredibili, e come me sono in molti quelli a non averlo mai capito.
L’altro brano fondamentale, che sintetizza ancor di più tutta l’essenza dello stile di Pastorius, è Continuum, autentico punto di non ritorno per chiunque lo abbia ascoltato per la prima volta. Non esiste bassista che abbia ascoltato questo brano e non ne sia rimasto profondamente turbato e, successivamente, influenzato.
Marcus Miller, che pure ha uno stile percussivo molto diverso da quello di Pastorius, raccontava che il disco di Jaco rimase ininterrottamente per due anni sul piatto del suo giradischi, il che la dice lunga sull’impatto devastante che deve aver avuto su di lui.
Descrivere lo stile di Jaco non è semplicissimo. Si tratta di un autentico caleidoscopio di suoni, di ritmi forsennati, di note fantasma, di armonici naturali e artificiali, di accordi spiazzanti, di glissati di meravigliosa ispirazione melodica, di intuizioni micidiali, di assoli mozzafiato ma sempre perfettamente capibili e, soprattutto, di un gusto straordinario dell’accompagnamento alimentato da una profonda conoscenza dell’Armonia.
A costo di dire un’eresia io sostengo da tempo che il Pastorius migliore non è tanto quello dei suoi album solistici (assolutamente straordinari, sia chiaro), quanto quello che prestava la sua sensibilità di raffinatissimo accompagnatore ad artisti come Joni Mitchell, tanto per fare uno degli esempi più significativi.
Chi ha ascoltato album come Hejira o Mingus, o il live Shadows And Light, di cui esiste anche la versione video in DVD che consiglio caldamente a chiunque, può capire perfettamente quello che voglio dire. Chi non li avesse ancora ascoltati è invitato a farlo, per il suo bene.
In ogni caso, chiunque invitasse Jaco a far parte della sua band o a suonare in un suo disco era perfettamente consapevole che il sound che ne veniva fuori sarebbe stato determinato per un buon 70% dal suono del basso. Trovare un altro bassista dal “peso specifico” così elevato è praticamente impossibile. Forse solo il Marcus Miller dell’era Miles Davis ha lasciato un’impronta personale così forte nel progetto musicale cui prendeva parte.

Personalmente solo in questi ultimissimi anni ho avuto l’opportunità di ammirare Pastorius in azione, in video. Per lunghi anni ho studiato le sue esecuzioni mandando avanti e indietro all’infinito nastri ormai logori di cassette audio, senza mai avere la possibilità di vedere come suonasse, come imbracciasse il suo vecchio Fender Jazz Bass del ’62 al quale aveva, con intuizione geniale, tolto i tasti, trasformandolo in una meravigliosa versione elettrica di un contrabbasso e ottenendo quel suono unico.
Fino all’altro ieri per me Pastorius rappresentava una specie di entità astratta, fatta di suggestioni sonore associabili solo ad immagini fotografiche. Per me Jaco non era altro che un suono: “quel” suono. Anche questo ha probabilmente contribuito a farne un mito assoluto, sicuramente quello che più di tutti ha segnato la mia gioventù.
Oggi, grazie all’abbondanza di supporti tecnologici audiovisivi, ho potuto colmare la mia lacuna e rendermi conto di quanto la presenza di Jaco in una band fosse determinante. Quando lui suonava sembrava sprigionarsi una vera e propria magia che finiva per rapire chiunque, compagni della band compresi. Una magia alimentata dalla sua fortissima personalità, da un carisma unico frutto di una mistura di avvenenza fisica e presenza scenica notevoli, ma soprattutto di una fantasia musicale trascendentale che metteva lo spettatore nella condizione di chiedersi se non ci si trovasse di fronte ad un extraterrestre. Era talmente nuovo quello che lui faceva da dare l’impressione che provenisse da un pianeta abitato da alieni musicalmente molto più progrediti di noi. Era come ascoltare Charlie Parker negli anni 40 o Jimi Hendrix negli anni 60.
Chiunque assistesse ad una esibizione di queste due icone musicali del Novecento aveva la netta percezione di essere davanti alla rivelazione di un universo musicale sconosciuto e inesplorato, nel quale soltanto loro sapevano muoversi con disinvoltura, mentre gli stessi partner musicali facevano spesso fatica a seguirli.
Quando suonava Jaco succedeva la stessa cosa, e se pure non possiamo dire che lui abbia imposto alla storia della musica le svolte che questi ultimi hanno imposto, sicuramente l’evoluzione del basso elettrico deve all’avvento di Pastorius un periodo di straordinario rinnovamento della tecnica esecutiva e, soprattutto, del suo ruolo, diventando da oscuro strumento accompagnatore apprezzato strumento solista e, in ogni caso, rivestendo un’importanza sempre maggiore nella definizione del sound peculiare di una band. Potrei fare numerosi esempi di formazioni odierne che hanno nel suono del basso il punto di forza della loro cifra stilistica, ma sarebbe superfluo. Chi mastica un po’ l’argomento, condizione indispensabile per essere arrivato a questo punto nella lettura di questo testo, sa cosa voglio dire.
Pastorius era dunque un predestinato, un genio, parola a volte usata con troppa disinvoltura, sicuramente non in questo caso, comunque. Era un genio e ne era consapevole, e continuamente tutti glielo ricordavano, tributandogli un successo così assoluto da destabilizzare un ego che iniziava a ripiegarsi su sé stesso per resistere alle fortissime pressioni che un establishment discografico sempre più esigente e una popolarità quasi senza paragoni esercitavano su di lui.
Messosi al comando della Word Of Mouth Big Band, straordinaria orchestra che portava nel mondo le sonorità del suo disco capolavoro, da cui la band prendeva nome - un lavoro in cui venivano messe in luce le sue doti di straordinario compositore e arrangiatore - Pastorius venne in Italia per una famosa tournèe nella quale purtroppo si evidenziarono tutti i problemi personali che ormai lo affliggevano.
Concerti straordinari, quando era nelle migliori condizioni psicofisiche, si alternarono a prestazioni decisamente imbarazzanti, quando si presentava sul palco ubriaco o fatto di cocaina e si lasciava andare ad atteggiamenti clowneschi, litigi con l’orchestra, assoli completamente sfasati che evidenziavano uno scollamento totale tra le mani e il cervello. Una triste deriva autolesionistica che gli costò la fiducia della casa discografica e consolidò la sua fama di persona imprevedibile e inaffidabile.
Non tutti capirono, purtroppo, che Jaco soffriva di una patologia psichica che andava curata e quasi tutti non trovarono di meglio che abbandonarlo a sé stesso.
A me piace pensare che il suo grande spirito si sentisse ormai stretto in un corpo che non poteva più contenerlo. Già, perché sono convinto che esista uno spirito, che un uomo non possa essere soltanto il prodotto di reazioni fisiche e chimiche. Altrimenti potremmo essere tutti come Jaco, e purtroppo non lo siamo.
Lui è come John Coltrane, come Miles Davis, come Charlie Mingus, come Charlie Parker, come Bud Powell e come tutti gli altri grandi spiriti liberi con i quali sono sicuro stia suonando in questo momento.
Mi piace immaginarlo, con i suoi lunghi capelli e i lineamenti da indiano Navajo, a cavallo di un mustang cavalcare leggero in una prateria, imbracciando il suo Fender senza tasti piuttosto che una lunga lancia.
E mi piace pensare che un giorno possa unirmi anch’io, fosse anche da semplice spettatore, alla più formidabile jam session che mente umana possa immaginare.

Con la Festa di S. Pietro e Paolo
Inizia ufficialmente l'estate e inizia la stagione della
PIZZICA SALENTINA

La storia del Salento è storia di danze e di tarante; ai giorni nostri sopravvivono tre forme di Pizziche di una volta:
La "Pizzica Tarantata"
La "Pizzica de Core"
La "Pizzica Scherma"
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La Pizzica - Tarantata La "Taranta" che si nasconde negli anfratti, nelle fratture della terra e tra le pietre a secco di muretti e Pajare, è in grado, secondo la credenza popolare, di pizzicare (da cui, appunto, il nome dato alla musica...). E secondo le stesse credenze popolari, dal morso della tarantola si guariva solo grazie all'ausilio della nostra musica: la "pizzica". |
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Il rito terapeutico si svolgeva per lo più nelle proprie case dove con l'aiuto della musica, i tarantati, ipnotizzati dal ritmo musicale, entravano in uno stato di incoscienza e ballavano per ore ed ore fino a cadere stremati a terra e portando alla morte la tarantola. La musica quindi, ha un'importanza notevole in questo processo, infatti solo grazie alla "pizzica", suonata con un violino e un tamburello, la vittima si scatenava e riusciva a superare il suo stato di malessere.
La nascita di questo fenomeno nel Salento si fa risalire al 1.100 (anche se alcuni studiosi sono propensi ad anticipare notevolmente la datazione) e si manifesta in maniera diffusa almeno sino a tutto l'800. Oggi il "tarantismo" è praticamente inesistente, ma nel corso dei secoli ha acquistato una sua autonomia culturale e simbolica che lo svincola dal morso dell'insetto come causa diretta.
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Ed anche l'interesse per la "pizzica" si è ormai consolidato come codice etnico (culturale e naturale) che si trasmette fra generazioni, unendo giovani, anziani e giovanissimi. La Pizzica de Core |
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La Pizzica - Scherma
E' un ballo che va di scena durante la celebrazione di San Rocco a Torrepaduli, frazione di Ruffano nella notte tra il 15 ed il 16 agosto.
E' una danza rituale di coppia, a tema antagonista, che in passato prevedeva la presenza di coltelli (Danza delle Spade) nelle mani dei danzatori e radunava i migliori suonatori di tamburello attorno ad interminabili ronde di danze e sfide che si prolungavano per tutta la notte. Oggi i coltelli sono sostituiti dalle dita: indice e medio della mano colpiscono il petto dell'avversario; tutt'attorno è musica e rullare di tamburelli a cornice. La scherma è danzata soprattutto da uomini e si accompagna bene con l'armonica a bocca.

TUTTA LA NOTTE A GALATINA SI E' BALLATO

Ete cautu ocè lu sole a nn’anzi la reggia,
stà ni bbrucia puru, ddhrù picca ti cirieddhrù rrumastu,
…….n’dore ti mare, ti rizzi e ddi cozze.
Li scogli ardinu e tti bruci li pieti,
n’agnone, ria cu mmammasa e zzacca zzumpare,
fermu nò m’po’ stare.
La mamma lu guarda e llu pigghia a m’bbrazze,
ni rite cuntente e nni bbacia la fronte.
Face cautu puru, a lla montagna spaccata,
tantu cautu ca , sé penzu n’cora a dd’eddhrà,
lu cirieddhrù và spiccia a n’terra,
……..n’dore ti case frabbicate, ti sdraiu a m’pacce a mmare e,
animali morti, cacciati ti casa.
Mosche ca cumbattinu a ll’aria,
na puzza ti mortu,
puru lu cirieddhrù si n’dè ccortu.
E megghiù nni bbagnamu e nno pinzamu,
armenu, cusì, ddhrù picca ti cirieddhrù rumastu nì lu ddifriscamu.

Quando si dice "è una pietra miliare" si vuol significare un avvenimento o un personaggio o una espressione dell'intelligenza umana inamovibile ed eterna, qualcosa che segna fortemente la storia dell'umanità
Ma a Galatone anche le pietre miliari rischiano grosso.
Mi si dice che sabato mattina una della pietre in duro calcare sita su via XX Settembre ha rischiato di essere divelta; solo l'intervento di cittadini attenti e sensibili (mbè, almeno non tocca sempre a me.... e mi fa piacere che ci siano!) ha scongiurato l'abbattimento ma non il serio danneggiamento.
Le pietre miliari della Statale 101, quelle che segnano il km 24 che attraversa Galatone, sono un segno di una lontana storia, quella che tracciò "la strata noa", la prima via ad essere asfaltata a Galatone, la vecchia "Via dell'Impero" diventata (non dopo che l'Impero si sgretolò e polverizzò alla stessa maniera della sabbia di cui era stato fatto) via XX Settembre; il collegamento diretto con Lecce e Gallipoli, il primo collegamento "veloce" con il "resto del Mondo" di queste sperdute lande.
Eliminare queste testimonianze è scellerato, dimostra insensibilità e la supponenza che ciò che dà fastidio al singolo va abbattuto in barba all'interesse culturale e museale dei molti.
Ringrazio personalemnte i cittadini che hanno impedito lo scempio.
Ma sarei curioso di sapere chi restaurerà la pietra e di che punizione sarà gravato.
Ma sarà gravato?

BBRONZATI
Sé no tti bruci li spaddhrè,
sé la peddhrè no ssi n’di zzacca scuddhràre,
no tti ccorgi mai, ca stai a mmare.
Ni tàmu la peddhrè noscia a llu sole,
ni la tàmu, cu nni la pozza gnùricare.
Mentre li fiuri, cu llu sole, seccanu e mmorinu,
nui, stisi a llu sole, ni coloramu, ni pricìamu,
stà nni bbronzamu.
Facimu l’arte ti li pacci,
a nnanzi e rretu, su lla strata ti mare,
ti notte e ddi giurnu, ca n’imu ddifriscare.
Lu sùtore nì cola e nni moddhrà li jesti,
la ista, si scuresce,
pare nà giostra ca no ssi ferma mai.
Eccu e rriatu lu state e lli carose stònu totte pricìate,
e lla vita,
li carusi ca si tònu ta fare,
cquantu cchiùi, n’di potino zzaccare.
Qualcuno, a quanto pare, si sta chiedendo chi creda di essere io a scatenare una offensiva mediatica su Fulcignano.
Tanto per non creare dubbi rispondo subito:
NESSUNO.
Fulcignano non è "cosa" mia.
Io mi sto battendo perchè Fulcignano sia di tutti.
E lo sia bene ed al più presto.
Non mi arrogo nessuna primogenitura e investitura, ci mancherebbe altro.
Io ho sempre pensato che la cultura va divulgata e non è "proprietà privata" di nessuno.
Allora chi pensa di avere accumulato meriti, abbia effettuato studi, abbia conoscenze "esoteriche" o "esclusive", non se la prenda.
Io sto solamente battendo la gancassa mediatica per vedere se qualcuno oltre le mura cittadine si sensibilizza e si muove per sbloccare una situazione che gli amministratori di Galatone, di ogni distintivo e colore, hanno affrontato solo a chiacchiere in quaranta anni.
Se i "nostri" non funzionano chiediamo altrove, diffondiamo, pubbliciziamo, facciamo sapere.
Sto facendo solo questo.
Senza togliere, spero meriti a nessuno.
Anche perchè il primo che ne avesse non è più fra noi e si chiamava Pasquale Maria Miccolis.
Mi chiedo, però, se questi studiosi e studenti gelosi del loro sapere privato, dei loro studi solistici o pubblicistici, non possano anche loro contribuire a muovere le acque senza sentirsi oltraggiati o spodestati del loro egoismo culturale.
Anche perchè, scusatemi se sbaglio, certe voci si sono sentite solo al traino di campagne lanciate dal sottoscritto.
Altrimenti il silenzio dei soliti noti è assordante.
O , peggio, è prostrato e prono in attesa di poter affondare il famelico dente in qualche avventura finanziata dalla politica alla quale si deve fingere di mostrare garbatamente i denti per succhiarne, poi, il miele.
Mi pare che molti degli studi accademici fatti, molti degli esami o tesi sul Castello non hanno mai visto la luce o siano state divulgate.
Intanto l'unica scheda "scientifica" organica l'ha redatta e divulgata il sottoscritto tramite un sito che ha svariati milioni di contatti.
La Cultura non è più quella massonica di cerchie di eletti. La cultura dei Fratelli Muratori gelosi del proprio sapere da conservare nelle Logge chiuse è fuori dal tempo. Oggi vale la Regola della Gallina: si fa l'uovo e si annuncia a tutti.
Il Povero Colombo di certo non arrivò per primo in America, anzi, egli stesso pensava di essere nelle Indie. Però fu quello che riuscì a ritornare e a diffondere le conoscenze delle rotte. L'esperimento si è potuto ripetere n volte.
E Colombo è così ricordato come lo scopritore dell'America; America che vi era sempre stata, proprio come Fulcignano, ma di cui nessuno aveva sentito la necessità di divulgare l'esistenza, che sia stato egiziano, vichingo, templare o chissà chi.
Allora non prendetevela con me, prendetevela con voi che non sapete "usare" il vostro piccolo sapere per diffondere cultura, per divulgare, far conoscere, partecipare, comunicare...
Se oggi come oggi i mass media sono la fonte di maggiore veicolazione di idee e contenuti è su questi che bisogna fare le battaglie. Libretti e tesi vanni benissimo, ma se non si pubblicizzano è solo carta sprecata, rimangono solo diafane masturbazioni cerebrali.
E poi.... con tesi e libretti si è mai risolto il problema?
Allora val bene il tentativo di cambiare metodo.
Intanto io domani sarà a Telerama dalle 9 alle 10 a parlare di Fulcignano.
Perdonatemi.
Io intanto ringrazio Telerama e le sue Battaglie.
Il 27 giugno del 1980 intorno alle ore 21.00, precipitò sul mar Tirreno, nei pressi dell’isola di USTICA, un aereo di linea partito da BOLOGNA e diretto a PALERMO, con a bordo 81 persone.
Come molti di voi sanno, con l’andare del tempo e delle indagini, si è appurato che dietro quella tragedia non c’era un incidente (connesso ad un cedimento strutturale del velivolo), ma si trattava di un “abbattimento dovuto ad un missile terra-aria di provenienza ignota”, presumibilmente affrancabile ad aerei militari della NATO o della nazione francese, che a quel tempo non era legata militarmente ad alcuna organizzazione internazionale.
Il velivolo fu recuperato dopo 7 anni dal luogo impervio in cui era affondato (
Celebrati ripetuti processi, in cui si accusavano alti ufficiali dell’Aeronautica militare italiana di avere nascosto e fatto sparire le prove di un coinvolgimento della Nato o della Francia nell’abbattimento del DC 9, qualche mese fa è stato recitato l’ultimo atto: la Corte di Cassazione si è pronunciata per una assoluzione, in parte per prescrizione del reato, e in parte per insufficienza di prove.
La strage di USTICA quindi rimane l’ennesimo capitolo oscuro di questo nostro Paese, i cui armadi sono sempre più pieni di scheletri… I politici del Bel Paese, nessuno escluso, non hanno alcuna voglia di rinunciare all’omertà allorquando si trovano ad occupare poltrone di una certa importanza.
Il prossimo 27 giugno del 2007 verrà aperto a BOLOGNA il cosiddetto “MUSEO DELLA MEMORIA”, ove verranno ospitate e ricomposte le spoglie del DC 9 e verrà accuratamente descritta l’incredibile vicenda della tragedia di USTICA, anno per anno, in dei pannelli posti a latere del velivolo.
Quando, circa un anno e mezzo fa, RUGGERO SINTONI , direttore dell’Associazione teatrale ACCADEMIA PERDUTA, insieme alla senatrice DARIA BONFIETTI, presidente dell’ASSOCIAZIONE DEI PARENTI DELLE VITTIME DI USTICA, mi hanno proposto di comporre un’opera su questa vicenda, ho chiesto 3 mesi di tempo per decidere. Poi, con grande entusiasmo, ho accettato, iniziando così un percorso conoscitivo di grande interesse e di emozionanti scoperte.
Ho visitato il relitto nel luogo angusto di PRATICA DI MARE dove si trovava, ho avuto modo di incontrare più volte il giudice ROSARIO PRIORE che ha condotto coraggiosamente (lungo 20 anni di lavoro) l’istruttoria del processo, ho conosciuto decine di parenti delle vittime e naturalmente DARIA BONFIETTI e ANDREA BENETTI che da più di 20 anni lavorano giorno e notte per far luce su questa vicenda.
Il prossimo 27 giugno del 2007 alle ore 21.00 al TEATRO MANZONI di BOLOGNA avrà luogo la prima assoluta di questo spettacolo di teatro musicale a cui ho lavorato nell’ultimo anno e che ho intitolato :
ULTIMO VOLO.
Vi aspetto con emozione
Pippo Pòllina
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PS: APPELLO ALLA RAI sull'opera teatrale "Ultimo volo" di Pippo Pòllina, riguardante la tragedia di Ustica:
"In collaborazione con l'Associazione dei parenti delle vittime di Ustica, mercoledì 27 giugno, a Bologna, al Teatro Manzoni, verrà rappresentata l'opera teatrale di Pippo Pollina "ULTIMO VOLO - Orazione Civile per Ustica".
Saranno presenti a documentare l'evento diverse televisioni europee, ma - pare - non quella italiana.
Siamo certi che la RAI, servizio pubblico, non intende perdere questa occasione preziosa per tenere desta l'attenzione degli italiani su questa strage impunita. Quel che vi chiediamo, come singoli cittadini ed associazioni, è di raccogliere una documentazione video completa sia dell'inaugurazione del Museo della Memoria sia dell'opera di Pippo Pòllina e darne notizia al pubblico, oltre che trasmetterla in seguito, anche sotto forma di reportage.
Essendo la Rai la nostra principale realtà di informazione è importante che realizzi delle riprese dell'intero evento, anche come documento storico-televisivo.
Certi di un Vostro interessamento inviamo i nostri più cordiali saluti"
Questa è la sintesi di un appello che io e molti amici di Umanità Nova stiamo firmando, col nostro nome e cognome, da mandare in RAI al più presto, per smuovere le acque di questo indecente silenzio. Non si è ancora capito se il problema sia Ustica (che ancora crea imbarazzo) oppure Pippo, purtroppo non inserito nel circuito mediatico italiano. In entrambi i casi, lasciatemelo dire, è 'na mezza schifezza. In prima fila a teatro ci sarà Franco Battiato. Manlio Sgalambro leggerà dei brani nello spettacolo.
Chi voglia contribuire a manifestare la sua indignazione, può farlo direttamente agli indirizzi sotto indicati:
c.cappon@rai.it (direttore generale rai)
f.delnoce@rai.it (direttore rai1)
a.marano@rai.it (direttore rai2)
p.ruffini@rai.it (direttore rai3)
c.petruccioli@rai.it (presidente cda rai)

A LLI PAPI
Li noe ti sera,
e rriata l’ora.
Nu cancellu piertu, tò luci a lli ripate,
ca ni ccumpagnanu cquandu trasimu,
nui ti pressa scìamu.
Ggenta ca sona, ccumpagna la trasuta,
lu caminare noscìu, su lli chianche menze rotte
ti erba n’ccurniciate.
Lu n’dore ti lu cucinatu,
face cu bbàsamu lu passu,
quanta fatìa Pinucciu,
quanta rrobba a ppriparatu, no nni la miritamu.
Simu rriati, ti truamu a lla trasuta,
cu lli razze perte cu nni m’brazzi,
mentre muggherita ni cquarda e rite,
cquantu ete cuntente, e ccomu si ete.
Mentre li musicanti, no ssi fermanu nu minutu,
nui ssittati, spittamu n’cora cì no né bbinutu
Manu ca si strenginu, bbaci ca si tonu,
cquantu amici stà sera a rriccotu.
Mentre mangiamu e bbivimu e a lla salute tua bbrindamu.
fiuri sò li facci ti mammata e sirita,
sòruta, no n’di cuntamu.
Face cautu, ma oggne tantu sentu friddu,
pi cquantu stà mmangiu e stà bbeu,
jò, ca a ddiciunu era stare.
E rriata l’ora ti la torta e,
ppi li sunaturi, sò zzaccati li tuluri,
l’ocè no ssi firmava e ppi nu cquartu t’ora,
la capu n’onu stunata.
La torta, cu llu spumante, l’imu ccumpagnata,
puru l’urtima cartuccia e stata sparata.
Ti ringrazziamu pi lla serata ti ddivertimentu e ssapore,
ognè ttantu n’cìole.

LAMENTU TI SERA
Lamentu ti sera,
ca lu jentu ti matina n’di mena,
mentre sposta nà tenda,
ti ecchiù culore,
a nna casa ti fore.
Na casa ti fore, ti nu ecchiù furese,
cu nna ecchià mugghere,
senza fili a ddhrà ffore, ca tonu pinzieri.
Ecchi turmienti,
ecchi cuntrasti,
comu agnuni scamusi,
ca tornanu a mmente.
Jo e tte ,
ca ni ccuntintamu ti nienzi,
ma sempre sunnamu nà vita cchhiù cqueta.
Ti notte e ddi giurnu,
sempre ggente tinimu,
ma lu mele indimu?
O mieru o gelatu ,
na cosa trùamu e ddi paru ni n’guacchiamu.
Sò lamienti ti state,
sutore ca cola, ssittati a cquà ffore,
cu nnu jentu n’ccuddhrùsu, ca a n’canna ni strenge.
Pare ca mori,
ti sienti pirdire,
ti fronte a sti cose, ca nienzi po’ ffare.
Ciurnate ca nascine mare,
cu ssicutamu chimere,
ti sonni fatti finu a jeri,
cu brutte miscele,
ecchie e furastere.
Comu tanti carnìali ti corte,
iti n’zzurtatu la sorte,
scurzùni ti sera,
signori ti giurnu,
n’dè rrumasta la pena.
Mumenti rrubati, a cristiani ggià mmorti,
comu scheletri tisi,
cu lla coddhrà n’ccuddhràti,
ca, a llu prima corpu ti jentu sò catuti.
Simu ti passaggiu, ma, indimu o ccattamu sonni,
indimu, bbustine ti gnuru colorate,
ca intra li càciuni bianchi,
ti facinu spicciare,
facendo chiangire, ci corpa no ttène.
Lamentu ti sera ca ha quasi spicciatu,
pastarelle e granite,
amarene e ggelati.
Mi rrumane la pena,
intra nna chianta ti manu,
mentre la strengu e lla spriculu chìanu.
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Agli iscritti e simpatizzanti della Sezione di Galatone Ai Partiti e Movimenti Politici Galatone
Alle Associazioni sindacali di Galatone
Agli Organi d’informazione Sede
Galatone, 15.06.2007
Vi informiamo che è stato convocato il congresso sezionale straordinario, allargato ai simpatizzanti del partito, alle forze politiche, ai rappresentanti sindacali, alle associazioni cittadine ed a quanti intendano assistere ai lavori, per il giorno GIOVEDI’ 21 GIUGNO 2007 ALLE ORE 19,00
in via San Sebastiano col seguente ordine del giorno:
E stata preannunciata la partecipazione del Segretario Provinciale SERGIO BLASI,
Data l’importanza dell’argomento, Vi invito ad intervenire e ad essere puntuali. Cordiali saluti.
L'Ufficio di Segreteria |


AUGURI GIUSEPPE
Auguri, auguri a Giuseppe, a ll’amicu mia,
ca prima ti me, a lli cinquanta anni e rriatu.
Ae quarantacquattru anni ca ni canuscimu,
e mai, na pigghiati pi fessa lu icìnu.
A lli scole lementari, n’imu canusciuti,
pi cinque anni n’imu ccumpagnati.
A lli scole medie, n’imu lassati,
poi n’torna ccucchiati, a n’capu ll’annu n’torna scumpagnati.
Carusi n’imu ttruati, fore ti casa pi fatia a nnu tàulu ssittati,
murtatella, parmiggianu, lambruscu,
a sgrasciù imu mangiatu e imu ivutu.
Randi? Ti nou, n’imu n’torna n’cruciati,
stà fiata erame sposati e ddi fili n’turniciati.
Sé scriù poesie, la corpa e ssua,
io, nu picca ti tàule, na fiata n’di capìa, ma cu llu tiempu, jata a mme,
aggiù cangiatu fatia.
E ccà lu tottore mia, era lu papà sua,
cquantu fiate l’aggiù istu a ccasa mia,
pi mme, pi ffraima , pi mmammama e sirima.
Ormai, pi cquantu tiempu ca ni canuscimu,
tegnu n’addrù frate a mme icinu.
Auguri n’addhrà fiata, frate mia,
ca pi lli primi cinquanta,
ha bbistu la vita, comu sé ccunzata,
li prossimi nuanta,
nò ssapimu comu ni li manda.

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Droga: CC smantellano clan vicino a Scu, arresti |
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Al vertice, per i militari, Carlo Vaglio 50 anni di Galatone |
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(ANSA) - GALLIPOLI (LECCE), 19 GIU - Smantellato un gruppo di trafficanti di droga, guidato da un uomo ritenuto vicino al clan Dell'Anna della Sacra corona unita.Sono state eseguite 17 ordinanze di custodia cautelare in carcere contro 17 elementi della criminalita' salentina. Nelle indagini svolte in varie regioni, sono state sequestrate ingenti quantita' di droga e arrestati tre uomini che si erano stabiliti a Bolzano, a Cuneo e a Macerata. Al vertice, per i militari, c'era Carlo Vaglio, di 50 anni, di Galatone. |


al nostro caro ed amato










e visto che mi trovo la faccio completa ed un pò di"captatio benevolentiae" non guasta:




al Prof. Franco Miceli
- SINDACO -
Galatone perde il Cinema del Reale
Quest'estate la rassegna del Cinema del Reale che tanto ha dato a Galatone in termini di immagine e di successo commerciale e ricettivo non si farà.
O meglio, si farà a Specchia.
Galatone non ha fatto niente per mantenerla. Niente archivio del Cinema del Reale, niente soldi promessi, niente logistica, niente Palazzo Marchesale.
Si farà invece a Specchia, comune dove il senso del territorio funziona alla grande tanto che è stato inserito frai cento borghi più belli d'Italia.
Potevamo sfruttare alla grande questa rassegna cinematografica e non ne siamo stati capaci.
Rischiamo di vedere Giuseppe D'Oria abbronzato in gonnellino e con la lancia in mano (come aveva promesso).
Peccato!
Intanto ieri sera a Serrano, frazione incantata del comune di Carpignano, c'erano cinquecento e passa persone a sentire le poesie di Adonis, grande poeta siriano premiato col premio "l'olio di Poesia".
Serrano, sapete dov'è? Ci siete mai andati? Esiste sulla vostra cartina?
Eppure c'era mezza Provincia di Lecce, c'era Gherardo Colombo, c'era cultura e vita, pensieri alti e poesia.
A Serrano, praticamente un rione di Galatone.
Alla faccia nostra
Alla faccia di questa "politica culturale " che mai decolla stretta tra le beghe di bottega e i parrucconismi d'antan.
E ci sarà da aspettare.......


FIRVIMU
no n’ète sulu corpa noscia,
firvimu e sùtamu, puru cquandu face friddu,
cquandu ete, jernu cupu,
pi cquiddhrù ca faciti e ppi comu bbi cumpurtati.
Tuttu ti paru, zzumpamu intra lu sonnu,
pi lli pinzieri, ca ni tornanu a mmente,
comu nà ferita ca si apre, ti nu corpu ti curtieddhrù,
ca imu pigghiatu, a llu pizzulu sittati.
Pinzieri ca vonu e bbeninu, tanti pinzieri,
tantu randi pi cquantu rande ete la notte.
Parimu cristiani ti l’addhrù mundu,
pi cquiddhrù ca ticimu, pi ccomu la pinzamu,
pi cquiddhrù ca circamu.
Forse, mancu amici cchiùi tinimu,
istu ca puzzamu cquandu cuntamu e,
sempre circamu pi llu giustu cu ccumbattimu.
Ma nonè dittu, ca nò sbagliamu,
sbagliamu e cquantu sbagliamu,
però, la cuscenza a postu la tinimu.
Puru ca puzzamu, cquandu teninu bbisognu,
sapinu a ddhrò nonu ttruare,
simu comu tante lampatine pronte, ca sònu ddumare.
Ma mi tispiace, stà fiata, no ssonu ddumate.
Rrianu comu palombi janchi nnamurati,
o comu gabbiani a lla ista ti lu mare,
cu tti cercanu lu favore,
si n’di vonu stizzati sé ni tici none.
Ecco pircè poi firvimu,
firvimu cquandu pi fessi inimu pigghiati,
ti ùi ecchi n’gallirati o ùi curciuli, mienzi m’ppinnati.