MIO PAESE, COSÌ SGRADITO DA DOVERTI AMARE. V. Bodini . "La vera libertà di stampa è dire alla gente ciò che la gente non vorrebbe sentirsi dire". (George Orwell) Giornalismo è diffondere ciò che qualcuno non vuole si sappia, il resto è propaganda (Horacio Verbitsky)
DOMANI SERA
VENERDI 1 SETTEMBRE
ore 22, 00
CHIOSTRO dei DOMENICANI
Piazza Costadura Galatone
SUONANDO IN CONTROMANO

CLAUDIO TUMA
BRASIL TRIO
unica serata per la Puglia del grande chitarrista
ingresso libero
Occorrono risposte esaurienti e soluzioni plausibili, "poiché l'ora è vicina. Lascia che colui che pratica il male continui a praticare il male e che lo sporco resti sporco e chi è giusto continui a fare il giusto e che il sacro resti sacro..."

ROCK FROM THE STARS
II° EDIZIONE
Stasera ore 8.30
Piazza Crocifisso Galatone.
Dopo il successone dell'anno scorso
Ancora
Il meglio delle bands galatee di ieri,
di oggi,
di domani
Svariati gruppi, session, contaminazioni
Sono recentemente tornato da una breve vacanza con la famiglia in alcuni dei più noti divertimentifici ubicati nell’Italia del nord, vacanza interamente votata al sollazzo della prole, non senza positive ricadute sull’umore del bambino che ancora è in me, lo ammetto. La vacanza in sé non merita particolari commenti, a parte forse un mio improvviso colpo di testa che mi ha portato a salire senza alcuna costrizione su una di quelle giostre notoriamente usate per l’addestramento degli astronauti, colpo di testa sul quale mi sto ancora interrogando, ma che mi ha procurato un immediato incremento dell’autostima e soprattutto mi ha messo sotto una nuova luce coi miei familiari che ora mi considerano quasi un eroe.
A parte queste personali e improbabili vicende personali, quello che mi ha dato da pensare è stato un bellissimo gesto della mia figlia minore, che al momento di lasciare l’albergo ha salutato affettuosamente la stanza nella quale aveva vissuto per pochi giorni con quel candore tipico dei bambini e quella capacità innata che hanno di riporre affetto in tutti gli oggetti e i luoghi che fanno parte della loro esperienza.
La necessità di un sicuro rifugio nel quale costruire un proprio mondo immaginario dove dar libero sfogo alla propria fantasia, al riparo dalla cruda realtà del mondo dei grandi, è sempre stato uno dei maggiori desideri dei bambini, bisognosi quanto mai di certezze alle quali appoggiare il loro processo di crescita.
Anche per l’adulto è fondamentale poter contare su un approdo sicuro, su quattro mura e un tetto sotto il quale riporre il senso stesso della propria esistenza, un luogo dove dare protezione e sicurezza alla propria famiglia.
Conosciamo tutti quella gradevole sensazione di abbandono alla stanchezza che proviamo al ritorno a casa dopo una giornata di lavoro, quel ritrovarsi nel proprio habitat naturale, nel proprio ordinato disordine sempre insidiato dalla diversa idea di ordine della consorte, quel dover affrontare con ostentata sopportazione i tanti piccoli problemi della quotidianità: i compiti dei figli da guardare, il giardino da ripulire, la macchia di umido sul muro da eliminare, la spesa da fare in scrupolosa osservanza delle disposizioni ricevute e quant’altro. In altre parole quel sottomettersi di buon grado a quella routine quotidiana che sappiamo benissimo essere l’espressione di un equilibrio famigliare raggiunto con tanti sacrifici, nel quale riponiamo le nostre speranze di un futuro sereno e senza grandi scossoni.
La casa rappresenta quindi, per questi e per tanti altri motivi, l’indispensabile base sulla quale costruire la propria esistenza, su questo credo non ci siano dubbi.
Ecco perché mi sono spesso chiesto cosa debba provare un uomo, adulto o bambino che sia, al quale viene negato il diritto di avere una casa per la sola circostanza di appartenere a questa o a quell’altra etnia; cosa debba provare un profugo costretto ad abbandonare la sua abitazione, la sua terra, i suoi oggetti personali carichi di affettuosi ricordi senza alcuna certezza in un ritorno; cosa debba provare un palestinese al quale non viene riconosciuto il diritto di riconoscersi in uno stato, casa comune di un’identità nazionale; cosa debba provare un ebreo al quale da secoli una parte non sempre trascurabile dell’umanità non riconosce il diritto stesso all’esistenza; cosa debbano provare, in altre parole, tutti coloro che vengono privati dei fondamentali diritti che ogni essere umano possiede in quanto tale.
Ho provato a trasferire mentalmente quel gesto di mia figlia dal contesto sereno di un fine vacanza ad un contesto tragico come l’abbandono forzato della casa per una delle tante emergenze che ancora oggi affliggono l’umanità, e non ho potuto fare a meno di avvertire una stretta al cuore e quel senso di vuoto allo stomaco che accompagna la sensazione dell’abbandono quando viene subito. Forse questo è un esercizio mentale che ogni tanto tutti dovremmo fare per evitare di dare per scontata la nostra permanenza in un’area di benessere e di tranquille relazioni internazionali.
Non è mia intenzione entrare nel merito di nessuna delle crisi internazionali oggi alla ribalta, non è questo il contesto giusto. Qui volevo solo descrivere un sentimento, ammesso che sia possibile farlo.
E’ chiaro che quello che succede ha sempre delle ragioni storiche, e la storia qualche volta dà ragione, qualche volta dà torto. Davanti alla negazione dell’umanità io, che non sono la storia, non mi sento di dare ragione o torto a chicchessia, ma penso che per fare il passo in avanti decisivo verso la pace bisogna che tutti facciano un passo indietro. Proprio così: fare un passo indietro per farne uno in avanti, non è una contraddizione e non è qualunquismo da quattro soldi.
Quell’equidistanza in merito alla crisi mediorientale che a livello politico qualcuno ha teorizzato e qualcun altro contestato non rappresenta forse lo strumento migliore per collocare inequivocabilmente e senza distinguo un’azione di governo all’interno di uno schieramento filo occidentale (o filo americano, per meglio dire). Ma a me, semplice cittadino che deve dar conto solo alla propria coscienza e non ad opportunismi politici e strategici, questa equidistanza, vista dal lato umano più che politico, sta più che bene, almeno fino a che la logica del dialogo tra le parti continuerà ad esprimersi a suon di missili, kamikaze e quant’altro rappresenti la negazione del diritto alla vita dignitosa di ogni essere umano.
Quello che conta veramente deve essere il destino dell’uomo nella sua globalità. Proviamo a fare una globalizzazione dei diritti umani e non solo di quelli commerciali, una volta tanto. Noi umani condividiamo con il gorilla il 98% del corredo genetico, figuriamoci quale differenza ci può essere tra un palestinese e un israeliano, tra un americano e un iraniano, tra un senegalese e un finlandese. Le differenze somatiche e il diverso colore della pelle rappresentano soltanto l’enorme varietà di forme attraverso cui la natura si esprime e nient’altro. Le differenze vere sono quelle di tipo culturale ed è per questo che abbiamo la responsabilità di noi stessi, delle nostre azioni ed anche dei nostri sentimenti, che rappresentano sempre la risultante della sommatoria tra quello che siamo e quello che vorremmo essere.
E’ per questo che mi risulta impossibile accettare l’irresponsabilità insita nel gesto dell’uomo che uccide un suo simile, che gli nega il diritto alla felicità quando non all’esistenza stessa.
La ragazza mi si parò davanti sgomenta, gli occhi celesti come un cielo limpido e profondi come il mare erano sbarrati, l’iride ristretta dalla piena luce lasciava ancora più spazio all’incredibile tono di colore dello sguardo vivo ed intelligente ed allo sgomento palpabile che scaturiva dal profondo di una anima sensibile e profonda.
- No ! Non è possibile che nessuno faccia niente, non è possibile che gli amministratori di Galatone se ne freghino, non è possibile che un monumento così sia in questo stato di abbandono. Non è possibile che si lasci sfregiare così un monumento…………FACCIAMO QUALCOSA!-
Così mi urlò, quasi, ferma e decisa, domenica pomeriggio la giovane ciclista che partecipava alle escursioni in Bici organizzate dalla Pro Loco e guidate da me di fronte alla chiesa di S. Angelo della Salute.
Era una turista come tanti, venuti dalla costa per fare i percorsi in bici tra campagne, architetture rurali, ospitali locali, monumenti dimenticati e cumuli di immondizie tra casette abusive.
Non era la prima volta che partecipava, ho saputo. Nelle due ultime escursioni ero stato assente io. Ma mi ha colpito il suo disagio, il suo sgomento, la sua sincera calofilia, la sua indignata incredulità, la sua innocente rabbia.
Mi ha colpito la sua figura dolce e morbida, i tratti del viso regolari e armonici, questi occhi grandi e celesti, questi capelli biondi e lisci che cadevano sulla sua pelle chiara ambrata dal sole, ancora più chiara sotto il nero del corto prendisole che evidenziava un seno florido e una femminilità sbocciata ma ancora non prepotente; i calzini sotto le scarpe da ginnastica a sottolineare la sua non trascorsa innocenza di appena ventenne. Dolcezza e forza interiore.
Il suo grido sincero ed appassionato, il suo sguardo pulito e disperato, la sua indignazione ribelle me li ricorderò.
Me li ricorderò sempre e mi daranno sempre lo stimolo a non farmi lasciare prendere dal fatalismo dell’impotenza nel salvare l’arte dalla politica infame.
Abbiamo il dovere di lottare per lasciare a questi giovani eredità e non saccheggi ed ignoranza.
Ma non è stata la sola ad avere un moto di stizza a vedere un simile monumento dimenticato con tutte le sue crepe, le sue ferite, i segni di bruciature di chi, dimostrando insensibilità ed ignoranza, brucia le foglie ed i rami a ridosso della abside annerendo e sbrecciando le antiche e nobili pareti.
Non ci si può esimersi dall’indignazione nel visitarlo. Non ci si può astenere dal meravigliarsi di fronte alla sbarra messa ad impedirne l’accesso, al massetto di cemento fresco di getto ed alla veranda in ferro che il proprietario dell’abusiva casetta messa di fronte al monumento impunemente ha realizzato senza alcun controllo, senza alcun timore, certo di una impunità garantita da anni di lassismo amministrativo ed istituzionale e di delitti impuniti e tollerati.
Tutto il nobile e cocciuto tentativo fatto dall’Archeoclub negli anni ottanta, il puntellamento fatto eseguire dalla giunta D’Oria non hanno avuto seguito.
La Fiamma Galatea Come Fuoco Di Paglia Si Spegne orchestrava il mio avo musicista.
Il tira e molla per sciogliersi dai pesanti vincoli della responsabilità di una proprietà hanno dato ragione alla Curia e torto al nostro Comune: la chiesa è del Comune. Non ci si può nascondere. Invece ci si nasconde e si ci sforza di dimenticare.
Come con Fulcignano venduto come una prostituta su internet e in mano ad un energumeno vociante che nega anche la visita esterna.
Come con L’Abbazia ignorata dagli enti e dalla soprintendenza che sopravvive sperando solo nell’intervento della colta proprietaria.
Come col Menhir Coppola attentato dai vandali ma ignorato da tutti.
Così anche con l’importante chiesa di S. Angelo della Salute a Feudonegro negletta e vilipesa.
Questa è la Politica Culturale dei nostri Amministratori (trasversalmente e di tutti i stramaledetti colori di cosca): abbandono, ignoranza, scarico di responsabilità, amnesie, parole chiacchiere e distintivo.
Fatti mai!
Ci si fregia di “città d’arte” ma l’unica arte che si incentiva è il “futti cumpagnu” e l’abbandono.
Servono queste biciclettate per far conoscere ed apprezzare il territorio, servono per sensibilizzare e pure per scandalizzare.
Perché di scandalo vero si tratta questa volta e non di pettegolezzi da corridoio più o meno conditi da dame rosa o da mariuoli grigi.
E la gente si sensibilizza e si scandalizza, si indigna e si indispettisce.
Proprio come le sette classi della Scuola Media con docenti e gli alunni che ho accompagnato in visita alle due abbazie dimenticate in questa primavera. Grida di dolore sia di maturi e colti insegnanti sia di sinceri e innocenti studenti di undici anni. Sguardi sbarrati, incredulità e indignazione, tanta indignazione da parte di tutti.
Tutti a meravigliarsi di come si ha l’oro in mano e si lascia disperdere fra l’incuria, gli sterpi e le serpi.
Chi deve fare qualcosa lo faccia.
Lo faccia veramente senza riempire i programmi elettorali di corbellerie puntualmente dimenticate il giorno dopo e la bocca di tronfietà senza costrutto.
Io da queste pagine posso solo gridare e indicare, posso denunciare e sbraitare.
Chi ha i cordoni delle borse e ha il potere degli atti deve fare.
Chi ha quei “numeri” di cui tanto si gloria può e deve fare.
O dichiararsi fallito e scomparire per sempre.
Chi deve operare operi: gli occhi dei cittadini sono sbarrati e critici.
E non dimenticano.
Dal sito MPULITICARE:
“Cà de sass” n° 90 del giugno 1985 (edita e pubblicata dalla CARIPLO di Milano):
Raffaele Miccoli - Pietro Vaglio - Antonio Zuccalà (Foto di Mario La Fortezza)
L'Abbazia di S. Angelo della Salute a Galatone
Sull'antica strada medievale delle "Camene" che congiunge Galatone con Nardò, l'imbocco di un viale lascia intravedere la facciata della chiesa di S. Angelo della Salute. La costruzione sorge all'interno dell'area originariamente di pertinenza dell'omonima abbazia, individuata da alcune caratteristiche "cuneddre" (edicole religiose) e da un interessante pozzo sorgivo a edicola. (N.D.R.: che nel frattempo è stato ladronescamente asportato)
L'abbazia, con molta probabilità di origine basiliana (anche in considerazione dell'orientamento verso est dell'abside), appare documentata per la prima volta nel 1362, nel Chronicon Monasterii Neretini: "Morio lo Abbati Pietro, et foe electo lo Abbati Guglielmo, che era Abbati de Sancto Angelo de la Salute, et non pigliao subeto lo possesso de la Ecclesia (si tratta dell'abbazia benedettina di S. Maria di Neretum, oggi Nardò) perché lo Papa era ne la Franza: et così venio la confirma, et pigliao possesso..." Da ciò risultano ad un tempo sia l'esistenza dell'abbazia "de Sancto Angelo de la Salute" sia la sua appartenenza all'ordine benedettino.
L'Abbazia di S. Angelo è citata ancora nella Relazione delle visite pastorali della diocesi di Nardò del primo vescovo, Giovanni De Epiphanis nel 1412, nonché nell'inventario dei beni posseduti dall'Abbazia di S. Angelo di Salute nel 1452". Don Leonardo Ammassaro, arciprete galatonese, nel suo Libro di Battesimi e Morti la nomina nella cronaca di due omicidi avvenuti nei suoi pressi: "Febbraio 1583 - Eodem die 22 martedì fu ammazzato Guerra Fianò dove Santo Angelo di Salute alla via di Nardò et fu sepelito alla detta chiesa di Santo Angelo"; "Luglio 1585 - Sabato a dì 13 di luglio morse lo venerabile Donno Gio. Battista de Luca e morse chi li fu tirato una schioppettata alla via di Nardò dove le vigne del magnifico Lupo Antonio Cadarmi a S. Angelo martedì passato..."
Verso la fine del Seicento la chiesa fu assoggettata al Seminario vescovile di Nardò ed amministrata dal suo Rettore. Nonostante che la confisca sabauda del secolo scorso la spogliasse di tutti i suoi beni, l'abbazia continuò ad assolvere la sua funzione liturgica sino ai primi del Novecento.
La chiesa, di stile romanico, si presenta a navata unica ed è orientata secondo l'asse est-ovest. Le pareti laterali dell'edificio appaiono notevolmente ispessite esternamente per contenere la spinta dell'esistente volta a botte a sesto leggermente acuto. Pur conservando l'originario disegno a timpano, la facciata denuncia una ristrutturazione avvenuta in epoca tarda, quando nuove esigenze, non sappiamo se decorative o strutturali, portarono alla realizzazione di un nuovo portale e di un nuovo rosone. Tali elementi architettonici, a differenza delle strutture in "carparo; si presentano in pietra "leccese"; materiale largamente impiegato nei manufatti barocchi. Nel XVII secolo la chiesa venne intonacata e arricchita di nuovi affreschi. La ristrutturazione avvenne con ogni probabilità quando l'abbazia passò sotto le dipendenze del seminario vescovile.
Il campanile, di pregevole fattura, può essere assimilato a quelli di S. Marina in Muro Leccese (XII secolo) e di S. Maria della Grotta in Ortelle (XIII secolo). La volta, i costoloni interni e gli affreschi più antichi richiamano la chiesa romanica di culto greco di S. Maria Odegitria in Galatone (XII secolo). Con la riforma liturgica l'altare (ora completamente distrutto) fu addossato all'abside, affrescata sino al pavimento, mentre originariamente doveva essere situato all'altezza dei costoloni interni individuando il presbiterio e rivolto verso i fedeli come nell'attuale liturgia.
Lo sprofondamento del pavimento nella parte centrale lascia intuire la presenza di ambienti sotterranei o la documentata funzione cimiteriale della chiesa. L'infiltrazione di umidità e il continuo vandalismo possono significare la distruzione totale degli affreschi seicenteschi, di cui è ancora possibile individuare alcuni temi.
Osservando la "Deposizione del Cristo nel Sepolcro" sull'abside, si possono vedere in alto, da sinistra a destra, le tre croci del Calvario, in basso una donna pia che regge la corona di spine e S. Giovanni Evangelista. Al centro si nota una donna pia, ormai priva del volto, che regge la testa e le spalle del Cristo nel sudario; in alto, con le braccia aperte, è raffigurata la Madonna, ormai senza viso per una grossa crepa nel muro, trafitta da sette spade; in basso un sarcofago. A destra si vedono Nicodemo che regge i piedi del Cristo, un'altra donna pia ed infine la Maddalena che tiene un unguentario. Sulla destra, in alto, un paesaggio di fantasia con quattro torri, una guglia (forse dell'Immacolata di Nardò), una cupola (il battistero dell'Osanna di Nardò) e case a tetto. I1 dipinto reca la data del 1697.
L'affresco sul lato destro rappresenta molto probabilmente S. Nicola che, a braccia aperte, chiede intercessione alla Madonna col Bambino (in alto) per tre fanciulli vestiti da seminaristi. Sul lato sinistro, infine, s'intravedono solo la testa ed un'ala dell'Arcangelo S. Michele con la spada di fuoco alzata. Il resto dell'affresco non è più visibile a causa dell'umidità e di uno strato di calcina che lo ricopre. Sulla parete dell'abside in basso a sinistra si nota, sotto l'affresco seicentesco, la presenza di una precedente pittura, molto probabilmente coeva alla costruzione della chiesa, come suggerito dal gusto cromatico delle ocre su cui appaiono iscrizioni latine graffite. Dato il pessimo stato di conservazione, è estremamente difficile decifrare tali iscrizioni e solo uno studio più approfondito di paleoscrittura potrebbe dare maggiori e più sicuri ragguagli sulla loro datazione.
Nonostante le sovrapposizioni avvenute in epoche successive e lo stato di degrado in cui versa, l'abbazia costituisce una preziosa testimonianza di storia locale, la cui importanza è stata di recente riconosciuta dalla Soprintendenza ai beni storico-artistici che ha dato corso alla pratica di vincolo in seguito ai pressanti e ripetuti appelli rivolti dall'Archeoclub di Galatone.
Il primo passo per il recupero del monumento è stato fatto.
N.D.R.: Ma dopo non si è fatto più niente
Stasera a Galatone
RUTH GERSON LIVE
e proiezione del film
-PROMISED LAND-
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"An expressive, insightful singer/songwriter who’s been honing her skills over the course of a handful of albums, Ruth Gerson stands poised to expand her listening audience with her new full-length "Wake To Echo" (produced by John Cale collaborator Lance Doss & Ruth Gerson) in stores now. A stylistic triumph of exuberant performance and solid songcraft, this should be the record to put Ruth Gerson on the musical map. Though she’s already a European sensation and a top draw in her own NYC, intricate and rewarding tracks like "Where You Gonna Run To Maryjane?" will open the rest of our ears as well." |
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- Billboard |
Ruth Gerson è cresciuta a New York, dove ha frequentato la "High School of Performing Arts", istituto divenuto celebre grazie alla serie televisiva "Fame - Saranno Famosi". Dopo il diploma comincia ad affacciarsi sulla scena dei club del Village. Il suo iniziale periodo di spettacoli viene accolto con notevole entusiasmo e rappresenta un esordio promettente. Realizza un cd indipendente dal titolo significativo: "Very Live!", che lei stessa usa definire un "bootleg ufficiale". La speranza di Ruth era di venderne un paio di centinaia di copie. Ha superato le settemila..! Ben oltre le aspettative iniziali della giovane songwriter. Questo exploit non passa inosservato ed attira l'attenzione di Don Dixon, artefice della seconda produzione indipendente della Gerson. Il risultato è "Fools & Kings" del 1997. Verso la fine dell'anno seguente vede la luce "Not around town", una raccolta delle esibizioni live di Ruth in Italia, Svezia, Israele e, ovviamente, Stati Uniti. Ruth Gerson può vantare sul palcoscenico collaborazioni prestigiose, nonchè l'apertura di concerti di artisti del calibro di Hootie and the Blowfish, Dave Matthews Band, Lisa Loeb, Huey Lewis e Roger McGuin. Si è esibita con jazzisti di spessore assoluto, come Stanley Jordan ed ha girato il mondo nelle vesti di pianista, chitarrista e corista di Gloria Gaynor.
Da tempo la stampa statunitense, e non solo, tesse le lodi di questa cantautrice laureata alla Princeton University con specializzazione in "Esistenzialismo Ebraico". New York Post, Village Voice, Intervie Magazine hanno già scommesso sul talento di Ruth. L'Italia occupa un posto particolare nel suo cuore, e più volte ha avuto la fortuna di ospitare i suoi concerti. L'amore per il nostro paese è testimoniato dalla scelta di Ruth di vivere a Brooklyn, dove può "esercitare" meglio la nostra lingua. Anche se già ora non se la cava affatto male...
In fuga da Los Angeles e da una vita d'attore fatta di stenti e fallimenti, Ethan Wildwood viene incaricato da un amico produttore di documentari di realizzare brevi storie on the road. A bordo della sua auto "manifesto" e armato di una piccola videocamera racconta il suo viaggio fatto di incontri con personaggi della grande provincia americana. La sua vita cambia quando incontra Vicky, una cantante girovaga in cerca della figlia scomparsa 10 anni prima in circostanze misteriose.

No, non sto esagerando, ma ho una evidente allergia a Galatone.
Dopo venti giorni di salute perfetta ci ritorno bello e soddisfatto, carico e esaltato da una vacanza andata bene e mi risveglio con un piccolo catarro e il naso che mi cola. Dice che sono la parietaria – e di questo ne ho le prove- forse anche gli olivi ed i cipressi.
E’ un’allergia da adulto. E’ solo pochi anni che ne soffro. Non vorrei che fosse un’allergia che viene con lo sconforto nel vedere che tutto, nonostante gli uomini cambino, rimanga uguale.
Forse è una reazione psicosomatica di disgusto a questo Salento che si impoverisce di giovani e si allontana dall’Europa vera.
Perché l’Europa vera dei Giovani e delle Idee, quella, io in questi giorni l’ho visitata bene veramente.
L’ambiente è tutto diverso da questa stiracchiosa sciroccata nostra realtà.
Ci sono ambienti che fremono, che si muovono, dove le civiltà si incontrano fondendosi e producendo.
Ho attraversato un bel po’ i paesi della mitteleuropea per raggiungere la meta del Mare del Nord dei sabbiosi lidi olandesi dalle lunghe maree e dai docili gabbiani.
Ho ripassato ancora Austria e Germania, dai paesi lindi ed organizzati, dall’arredo urbano spazzolato e curato, ho visitato i Paesi Bassi immersi in una natura particolare, connotata come pochi altri paesi europei, là dove le barche corrono più alte della auto sulle strade e spesso ti sorpassano rendendo lo spot della Q8 meno irreale.
Ho visitato le Città universitarie di Leiden e di Utrecht, belle come piccole venezie nordiche, con i canali verdi solcati da barchette e barconi, piene di fermento giovanile, di ragazze altissime e stupende che pedalando erette come corazzieri bici altissime col sorriso spalmato sui bei visi come se le mestruazioni da quelle lande non fossero cosa ciclica e fastidiosa. Ragazze con cui fai subito amicizia e scambi subito qualche parola.
Ho visto città piene di giovani come se tutti gli anziani fossero stati banditi, ho visto centri universitari vivi e dinamici frequentati da ragazzi di tutte le razze che discutono e scherzano assieme sorseggiando birra e succhi di frutta in città che sembrano salotti. Giovani europei che conoscono correttamente almeno quattro lingue, che frequentano università dinamiche e moderne e che fregheranno il posto di lavoro ai nostri giovani chiusi e arretrati, quelli che non viaggiano, quelli che poltriscono al mare o sui marciapiedi, quelli che si atteggiano a chisacchì a bordo della loro auto usata mentre aspettano la soluzione del loro futuro dai genitori e dai politici, quelli del posto fisso assistenziale alla Provincia ed alla Regione.
Un piacere visitare queste città con i giovani Swing, così abituato a vedere tanti giovani Slow con l’orizzonte limitato da Azione Cattolica pallone bar e coccole di mamma e nonna. Fa speranza capire che la vecchia Europa ha un cuore giovane che pulsa tra antichi monumenti spazzolati e architetture moderne avveniristiche e di grande impatto tecnico e formale, forti identità spese per scambiarsele arricchendosi reciprocamente e non per farne pretesto di scontro.
Mainz, Coblenz, Utrecht, Gouda, Leiden, Amsterdam, Brussel, Lussembourg, e Strasbourg e poi Zurich. Poi ancora il paesaggio diverso dell’Italia, le sue autostrade nere e i sui bei autogrill sotto il cielo azzurro e intorno il disordine urbanistico più assoluto.
Strasburgo! Il cuore dell’Europa Amministrativa, da grande e bel parlamento adagiato da verde e fiumi, riflettente piccoli cottages da decoro di ceramica ottocento, dove l’avvenire dell’acciaio e del vetro si fonde con l’antico cuore del quartiere della Petite France dalle case celtiche a graticcio specchiate su romantici canali e l’imponente e magnifica cattedrale dai merletti di pietra.
Un’Europa vitale, propulsiva, innovativa, aperta, multiculturale, attiva, proiettata al futuro umano, economico e sociale.
Poi viene l’allergia a rituffarsi in questo paese di giovani fuggiti per vendersi ai capitali di Milano e di giovani restati ad ammuffire come i muri di tufo del nostro centro storico preda di degrado erbacce sporco topi e promesse mai mantenute e speranze mai realizzate. Giovani domati con la promessa di un posto, di un interessamento di un sussidio.
E di quei pochi giovani che vogliono fare, che vogliono cambiare, che danno e fanno ma sono vessati e scoraggiati, ricattati con la politica feudale del do ut des.
Diceva Camus: La politica e il fato dell'umanità vengono forgiati da uomini privi di ideali e di grandezza. Gli uomini che hanno dentro di sé la grandezza non entrano in politica.
E così tutto rimarrà vittima della magia paralizzante del “non fare”.
Andrà avanti chi dirà signorsì e chi sarà capace morderà il freno. O sarà costretto a scappare.
Col danno di tutti.
Amen


Basta!!!
C'è una domanda molto comune che le persone usano rivolgersi e che, proprio per il suo carattere rituale, di regola viene percepita come una semplice forma di cortesia. Ad essa solitamente si risponde in maniera evasiva, con formule altrettanto di circostanza. La domanda è: "Come stai?"
E' una domanda che merita più considerazione. Prova a portela: Come stai? Come stai proprio adesso, in questo preciso momento? Prenditi un istante e prova a osservare con calma il tuo corpo e la tua mente: sei davanti al monitor, gli occhi puntati a leggere con qualche sforzo queste parole sullo schermo luminoso, una mano appoggiata sul mouse, le dita pronte a cliccare… Forse la spalla e il collo sono contratti, la schiena un po' incurvata, il respiro corto… E probabilmente la prospettiva di leggere un testo che da qui si prospetta lungo (su Internet, poi, dove il tempo è denaro!) suscita in te una sottile tensione, un'oscillazione tra la volontà di proseguire la lettura e la tentazione di rimandarla a un momento di maggior freschezza, saltabeccando via in cerca di qualcosa di meno impegnativo.
Niente di sorprendente: piccoli stress di questo tipo non sono per nulla rari, nel corso di una giornata qualsiasi - non parliamo poi di stress ben maggiori… Raro è invece che qualcosa o qualcuno intervenga con un break a farceli notare mentre li stiamo vivendo. Del resto, perché dovremmo perdere tempo in simili futilità?
Una storiella zen racconta di un uomo su un cavallo: il cavallo galoppa veloce, e pare che l'uomo debba andare in qualche posto importante. Un tale, lungo la strada, gli grida: "Dove stai andando?" e il cavaliere risponde: "Non so! Chiedi al cavallo!".
C'è qualche somiglianza tra questa storia e la nostra: anche noi stiamo cavalcando un cavallo, non sappiamo dove stiamo andando e non ci possiamo fermare. Il cavallo è la forza dell'abitudine che ci spinge in una certa direzione, senza che noi si possa fare niente: corriamo sempre, e correre diventa il nostro modo di vivere. Spesso siamo così indaffarati che ci dimentichiamo cosa stiamo facendo e persino chi siamo. Persi in mille preoccupazioni, rimpianti, paure, sogni a occhi aperti, ci dimentichiamo di guardare e apprezzare le cose che ci circondano, le persone che amiamo, finché non è troppo tardi. Quella che sto vivendo, pensano molti di noi, non è la mia vita vera: quella appartiene al passato, a quando ero giovane, oppure è rimandata a quando avrò più denaro, o una posizione migliore, una casa più grande, la laurea, una fidanzata, un marito, un figlio… E nel frattempo viviamo come in un'eterna parentesi, immersi in una bolla di sofferenza opaca di cui neppure ci rendiamo conto, convinti che le condizioni attuali non consentano alcuna vera felicità.
Anche quando abbiamo del tempo libero, non sappiamo come entrare in contatto con ciò che sta succedendo dentro e fuori di noi. Così accendiamo il televisore, prendiamo in mano il telefono, sfogliamo una rivista, apriamo Internet, qualsiasi cosa pur di sfuggire a noi stessi. Combattiamo tutto il tempo, anche durante il sonno. Dentro di noi c'è la guerra, ed è facile che questo faccia scoppiare una guerra con gli altri.
Cambiare questo stato di cose è possibile, se lo vogliamo. La prima cosa che dobbiamo imparare è l'arte di fermarsi: fermare i pensieri, le abitudini, le emozioni forti che ci condizionano. La paura, la disperazione, la rabbia e il desiderio possono essere fermati adottando uno stile di vita più lento, più consapevole. La consapevolezza ci mette in grado di riconoscere la forza dell'abitudine ogni volta che si manifesta. "Ciao, forza dell'abitudine, so che sei lì!". Senza aggressività, senza combattere: se solo le sorridiamo, perderà molta della sua carica. La presenza mentale è l'energia che ci permette di riconoscere la forza delle nostre abitudini e impedisce loro di dominarci e di farci soffrire.
Possiamo essere molto felici, se solo siamo consapevoli di ciò che sta davanti a noi.
E tu, Mario, come stai, adesso?


Poi dice che parli........
Sarà che c'è un diavoletto che mi chiama - o un angioletto?- ma mi trovo sempre in situazioni che mi fanno vergognare di essere galatonese.
Esco dallo studio per recapitare un documento urgente ad un collega e vedo un pulman con cinquanta turisti sbarcare in Piazza Crocifisso.
Mi sento tutto gongolante: i turisti , queli veri e tanti, a Galatone!
Faccio la mia commissione e ritorno.
Sono ancora lì.
Uno fotografa la mogliettina belloccia inquadrandola tra il cipiglio del busto del Galateo e lo sfondo del santuario.
Un'altro fotografa le fioriere secche e bruciate che "decorano la piazza".
Eccolo là!
Che ricordo si porterà questo signore?
Una fioriera piena di stoppie secche.
Questa è la cura che riponiamo per il salotto buono della nostra città d'arte.
Ma io dico, se si piantano i fiorellini non si dovranno anche innaffiare?
No?
Allora si piantino fichi d'india!
E che diamine!
Si è tenuto lontano il furgone fast food del Toro durante le prime giornate del Cinema del reale per non sfigurare con l'ambasciatore del Niger e con il delegato alla Cultura dell'Unesco.
Ma nessuno ha pensato che fanno più schifo le fioriere con le piantine rinsecchite.
E non si può nemmeno dire che erano in onore della Savana Africana, perchè il Niger è una terra con zone fertilissime e verdissime.
Sicchè..............niente scuse per il secco!


ieri martedì 1 ore 21,00
Chiostro Domenicani
Amm.ne Comunale
"Concerto per pianoforte" di Mirko Ceci
presentato dal Maestro Emanuele Arciuli
Che dire?
Un ragazzo appena diciottenne che suona da gran maestro.
Tecnica e cuore, maestria e sentimento.
Repertorio difficile e intenso.
Molto interessante.
Cosa gli rimane da fare quando cresce?
Da grandi maestri grandi allievi.
Pubblico attento.
Una ottantina di persone competenti ed affascinate.
Belli i ragazzi dal look rockettaro sedotti ed esterrefatti da così grande musica.
La Musica si divide in solo due categorie:
la buona e sincera e la cattiva falsa.
Basta avere orecchio per capire questa differenza.
E qualunque sia la musica che si sente abitualmente, se l'orecchio c'è, si apprezza anche tutta l'altra, anche la più complicata, quella più "pensata".
Se i programmatori dell'Estate Galatea all'Epoca del Sindaco Vaglio pensassero ad una serie di sezioni ben curate e programmate tutto l'insieme perderebbe quell'aria un po' così del disordine e del caso.
Una sezione di musica classica con giovani esecutori come il Ceci di iersera potrebbero avere una buona vetrina spendendo poco.
La QUALIFICAZIONE del complesso degli spettacoli non ne trarrebbe vantaggio?
Dividendo tutto per sezioni e affidandone le responsabilità a vari esperti l'Estate disporrebbe si un programma meno acomelavieneviene.
Anche le risorse potrebbero essere meglio distribuite.
Ove ce ne fossero.
L'IMMAGINE globale della Città e della Amministrazione ne trarrebbe vantagio.
Ma forse è inutile urlare al vento.
Ci sono evidentemente altre logiche di spartizione e di evidenza che contrastano con le logiche del far bene.
Peccato.
A volte basterebbe fare solo una griglia diversificata e pensata per ottenere un 'immagine di efficienza.
Il Buon Governo è possibile.
Ma i personalismi, i pressappochismi e gli egoismi sono incrollabili.