MIO PAESE, COSÌ SGRADITO DA DOVERTI AMARE. V. Bodini . "La vera libertà di stampa è dire alla gente ciò che la gente non vorrebbe sentirsi dire". (George Orwell) Giornalismo è diffondere ciò che qualcuno non vuole si sappia, il resto è propaganda (Horacio Verbitsky)
La settimana scorsa è morto a Galatone Carmelo Lollini, conosciuto come Melu Musardu.
Combattente nei balcani e poi Partigiano è stata la memoria storica della guerra e della resistenza a Galatone. Ma la sua lucida mente ha riportato anche altre notizie direttamente dalla storia.
L'ultima volta che gli ho parlato è stato in giugno di quest'anno. Era sempre lucido e pronto a raccontare. La sua gioia era nel raccontare.
Pubblico, a suo ricordo e per quanti non l'hanno letta, una intervista che ho già pubblicato sul Giornale di Galatone di Giovanni Santi nel 2002.
Per me, nonostanti altri saputelli si sono permessi di dire il contrario, rimane sempre "un Monumento" ed una memoria storica affidabile.
Carmelo Lollini: la memoria storica di Montescuro
(e non solo).
intervista di Giuseppe Resta
5 marzo 2002. Mezzogiorno. L’approccio iniziale non è dei migliori. Mentre parlo con i ragazzi della Soprintendenza della cripta giacente sotto l’asfalto di piazzetta Montescuro, Carmelo, materializzato dal nulla, irrompe nel gruppo con passo dinoccolato nel suo abito intero scuro, camicia bianca e borsalino nero calato sulla lunga faccia. Pare un fiaccheraio degli anni trenta o, meglio, un suonatore di banda balcanico. “Ma cè diciti, cè diciti! Sintiti a me ca quai so natu …. (corre invasato per il perimetro della piazzetta come un lupo in gabbia, sanguigno, eccitato, gesticolando con le lunghe braccia magre, sembra segnare il suo territorio perimetrandolo con le lunghe e magre gambe flesse; noi, sulle prime lo seguiamo collo sguardo) Quai! Ti quai si trasia! Ti quai, quando era agnone, ticu cinque, sei anni … chiui di uttant’anni, uttantacinque anni rretu, scindia cu doi, tre scaluni sotta alla chiesia ti Santu Lasi!”. Santu Lasi lo dice quasi sillabando per aumentarne la sacralità, l’enfasi.
Indica proprio l’angolo segnato dal roccioso sguardo del mitico mascherone inserito nel mignano. Riguardo in alto per controllare. Tra i muschi, la parietarie e le lucide foglie delle recchie ti monacu che scintillano pensili nel cielo terso del maestrale, gli occhi di pietra svuotati dall’antico scalpello focalizzano il punto additato dall’indice nodoso e secco di Carmelo. Le rette virtuali coincidono.
“Ma quant’era grande?” faccio io, timido. “No, no motu, era ‘na grotta (disegna con le mani una forma concava nell’aria)…. Ma so passati tanti anni!” - “Allora quello che stavo dicendo prima, quello che mesciu Gerardo De Mitri mi disse, che quella palazzina della Cigielle in fondazione aveva intaccato una parte della grotta può essere vero!” - “Sine, forse rrriava ddhra parte, certu ca foi De Mitri, quai, cu fabbrica alli Pellegrinu, ma no Gerardu, ma Cosimu: lu frate rande”. L’amico muto che, complice, lo affianca assente con la testa e con gli occhi.
L’interesse della mia domanda e la condivisione di un sapere comune rendono più disponibile lo strano personaggio. Gli occhi chiari ma opacizzati dalle troppe primavere si dispongono alla relazione. Le rughe a solco profondo che segnano la bocca stretta si appianano un po’. “Ddhrai, propriu all’angulu, issera doi scheletri di cristiani, stisi belli longhi longhi. Ddhrai nc’era na fica rande, quai nu Sindacu s’indiu la strata a cucinusa (conflitto d’interessi!). All’angulu ti la strata nc’era nu purtone, ddisignatu comu quest’addhri, ca ndi minara ‘n terra. Lu stemma stae allu Municipiu. Sobra lu pizzulu di ddhru purtone aggiu turmutu tante fiate, lu ‘state, quando facia cautu, stindia nu saccu e ddhrai mi mmasunava allu friscu, cu lu culu nutu.” “Pare che quello fosse il Comune?” - “None, a ddhrai, (indica la casa del mascherone) a ddhrai tice ca n’era lu Comune” - “Ma lei se lo ricorda?” - “None, quistu quai è motu ecchiu, chiui ti me, io era agnone e già sti case eranu ecchie, (la nostra cultura fighetta ci fa sorridere: non sarà sicuramente nato nel cinquecento!) ma cusì aggiu sempre ntisu”. “Nui tiniamu la staddhra a ddhra’ rretu (indica la corte aldilà di via S.Sebastiano) tiniamu li cavaddhri….. ti agnone, ti quando tinia lu culu nutu, mi l’aggiu sempre fatta qua’rretu” Garantisce; si pone come centro del microcosmo Montescuro, parla spedito, continua a spostarsi nello spazio e nel tempo. “Eranu addhri tiempi: era tuttu piertu, ciujeddhri rrubava nienzi…” - “Forse anche perché non c’era niente da rubare…..” - “Ma quiddru picca no llu rubavano, no!….. Li picurari, quando giravanu li strate pi lu latte culli crape e li pecore, la matina prestu, ticianu allu Comune li strate ca eranu ffare, li signavanu e se ddhai mancava na cosa eranu pagare iddhri….addhri tiempi ….”. Lo sguardo si perde indietro di quasi un secolo. “Poi iò cii alla guerra, mi tesira na bella motocicletta…. (estrae delle foto ingiallite dal portafoglio gonfio e lucido, l’orgoglio gli fa tremare le mani contorte) ….eccula! Questa era la Guzzi, iti?” Mi mostra lui giovane, magro meno di oggi, in divisa sulla possente moto. “Ma questa, sulla nee, si firmava perché tinia la candela a nnanti e culla nee si bagnava e la motu si firmava”. Parte il lungometraggio del passato: “Ni la tissi, e mi tesira na Gilera, chiù piccicca ma culla candela sobbra lu cilindru trittu ca no si bagnava mai”. Si ferma, ci guarda, sembriamo abbastanza interessati, si compiace, ingoia, sospira.
Incalzo: “Ma il suo cognome non è di Galatone?” - “Ca io so figghiu ti ennenne, ca perciò cii alla guerra e mi facianu sparare….moi onu fattu bbonu cu ndi lleanu l’ennenne, ca tandu a mienzu a cinquecento surdati ieri ddire - di enne enne!- e paria bruttu,no ssai ?! E quanti nd’abbia!” Riprende il racconto. “Stia a Belgradu, sobbra allu Danubiu si passava culla zattera, ncera la nee, si muria di friddu. Propriu si muria. Nui, l’Italiani, no tiniamu nienti sobbra: na giacca e na camisa. Pi lu friddu ni mintiamu na sacchetta sotta a la camisa, e doi sacchette alli pieti e n’addhra ‘n capu,… se li truavamu. Li Tedeschi eranu pruituti ti tuttu: maglie culli maniche longhe e mutande ti lana, cappieddhri ti lana ….” - “Perciò erano forti!” - “No: eranu fiacchi! No tinianu core: sparavanu a tutti: surdati, disarmati, agnuni, femmine. Nui no. Mi ticianu spara to buccunotti a quiddhu. Cia e … beng, beng, ni tirava to’ buccunotti. Ma iò era ti core! Mo pigghiu na bella pensione, lu Statu mi tratta. Sulu nc’è nd’aggiu….. iti (mi mostra rammaricato le mani contorte dall’artrosi deformante esponendole affiancate con le palme gialle verso l’alto, le dita piegate all’interno) no mi pozzu chiui mancu lavare la faccia cu li manu! Lu Signore, cu non aggiu bbene, m’ha castiatu di tutti quiddhri c’aggiu ccisu. Ma sempre cu lu core, mai unu disarmatu, n’agnone…Lu tenente mia è statu Cossiga, no ssai? Lu presidente ca foi, nu bonu tenente....Puru li greci eranu comu a nui, ti core, quiddhri eranu propriu comu a nui….. e li Mussulmani, puru quiddhri eranu boni ….. festeggiavanu lu Natale na simana dopu…… ma eranu boni, comu nui ….. ma mangiavano diversu: ti Natale no facianu né pettule ne cartiddhrate!”
Carmelo ha risolto il disagio della globalizzazione un secolo prima, Carmelo non è convinto della superiorità dell’occidente, Carmelo ha il senso innato della giustizia, della nemesi, dell’onore, del servire lo Stato. Carmelo ha sempre creduto allu core. Carmelo è la storia vera, del popolo; la vita che fu.
Carmelo è un fossile vivente, un personaggio letterario, un monumento!
Cronache di Galatone sotto l’afa

L’iniziativa di “Galatone in sella” che la Pro Loco ha rilanciato anche quest’anno dopo il successo dell’estate scorsa, vede ogni volta sempre più partecipanti.
Dalla ventina di affezionati inamovibili della domenica di Italia-Francia, si è passati agli oltre cinquanta, poi settanta, sino ai novanta e oltre di ieri. Un vero successo.
Si confermano gli affezionati (vuol dire che la formula piace se ritornano fedeli) e si aggiungono nuovi, sia residenti galatei che turisti che galatonesi di rientro.
Ieri era la volta del percorso degli olivi, tra Vorelle e Campolatini, con visita a Fulcignano, ristoro e interessante visita all’Agriturismo Lo Prieno, masseria Pirelli e discesa per le contrade Santi e Serre.

Mentre si cominciava la visita guidata all’esterno del Castello di Fulcignano un sedicente “proprietario”, in realtà il marito di una delle proprietarie, con fare estremamente alterato ed inurbano ci scacciava via. Di fatto i referenti galatei della proprietà mi avevano personalmente autorizzato più volte a entrare quando lo volessi per motivi di visita. Ma la veemenza incontrollata dell’energumeno non era tale da frapporre spiegazioni. Gli alterchi che ne sono seguiti inutili di fronte a tanta cecità. Un giusto suggello di lungimiranza e cortesia di chi vede il bene storico, immeritatamente sito in una sua proprietà, solo come gallina dalle uova d’oro, incurante sia della fruizione pubblica, che sia di turismo o di studio, che della reale conservazione del bene. Pronto a difendere la “Proprietà Privata” dalla vista di cento persone ma non a difenderla dalla vegetazione infestante, dai crolli e dagli incendi delle erbacce.
Ma fa più rabbia, sgomento e delusione sapere che a questi figuri vocianti in canottiera di fatto fanno da complici morali generazioni di politici locali che mai hanno seriamente preso in considerazione provvedimenti seri e incontrovertibili sull’acquisizione del Castello al bene pubblico. Intere generazione di politici quacquaracquà pronti a parlare di “cultura & territorio” sui palchi ma poco a fare sulle poltrone.
Sono esagerato e inclemente? Si rivolgano pure loro a Mastella.
Io vedo i fatti.
Nessun sindaco da Rodelli in poi ha fatto niente di serio.
E nessuno può permettersi di chiamare cornuto l’asino che lo ha succeduto.
Ci si litiga per qualche lottizzazione, per qualche posto di sottogoverno, per un assessorato ma mai per Fulcignano.
Ieri, alla biciclettata naturalistico culturale, erano presenti un ex sindaco, una assessore in carica e più di qualche ex consigliere ed assessore.
Hanno potuto constatare che vergogna hanno lasciato incombere su Galatone.
Bella figura di fronte ai turisti. Bella veramente.
Nessun politico può avere la coscienza pulita su Fulcignano.
NESSUNO.

NESSUN politico era presente alla presentazione del Libro sui giardini di Vincenzo Cazzato con la brillante presentazione del Direttore del Museo Sigismondo Castromediano dott. Tonino Cassiano.tenuto a Palazzo Leuzzi Venerdì sera.
Quando si tratta di mungere appoggi ed interessamenti la corte dei politici di ogni colore e grado fa le genuflessioni al dott. Cassiano, quando si tratta di cortesia e di presenziare ad un intervento culturale tutti assenti.
Altra bruttissima figura.
Forse perché del libro su paesaggio e sui giardini ai nostri politici non interessava nulla. Quando le lavatrici, i materassi e le tazze da cesso prendono il posto dei fiori a cosa serve parlare di paesaggio?
Quando le Ville artistiche sono oppresse dalle superfetazioni semiabusive e i loro giardini lasciati alla mercè di modifiche scriteriate cosa serve esaltarne le valenze artistiche e storiche?
Che vuoi che interessino i giardini ad amministratori che hanno lasciato l'erba della "Villa" dell'idria prendere il colore delle spighe a luglio prima di iniziare ad innaffiarla?
Per fortuna un attento e competente pubblico per l’ottanta per cento “foresto” ha potuto apprezzare sia la presentazione colta del libro che l’esibizione veramente magistrale e di altissima levatura artistica e culturale di Gianluigi Antonaci e di Marco Graziuso.

Tutti presenti invece alla prima fila del simpaticissimo spettacolo degli Anziani Moderni. Gli anziani, evidentemente, votano a Galatone, Cassiano, Cazzato, Anonaci e Graziuso no!

Come tutti presenti al bellissimo spettacolo di balletti russi di ieri sera.
Una bella spesa per il Comune ripagata da un indubbio successo di pubblico e di gradimento. Una compagnia di bravissimi ballerini e ballerine con intermezzi di bel canto. Folclore russo, costumi sgargianti, matriosche e qualche timida spilla con stella rossa.
Ottimo.
Ma cosa diavolo c’entra con Galatone e con il resto dell’Estate Galatea? Vallo a sapere.
Siamo tornati alle manifestazioni a schiovere, senza un filo conduttore, senza una logica, senza un programma. La prima cosa che passa il convento si arraffa al volo.
Come se “fisiorchestre” degli anni che furono.
Spettacoli in ordine sparso tirati fuori dal bussolotto del pallottoliere.
Tutto a spese del contribuente ed in suffragio dell’assessore di turno.
Politica “colturale” d’antan: ognuno zappa il suo orticello.


Il voto dei deputati è pubblico e quindi, per definizione, tutti hanno diritto di sapere come hanno votato i singoli parlamentari. Le votazioni sono presenti sul sito della Camera nel documento Indice Elenco N.2 da cui sono ripresi i nomi riportati in questo post.
Sarebbe davvero grave se si volesse nascondere agli elettori chi ha votato a favore dell'indulto.
Di seguito riporto i nomi di chi ha votato per questo colpo di spugna:
Democrazia Socialista
Barani, Catone, De Luca Francesco, Del Bue, Nardi.
Forza Italia
Adornato, Alfano Angelino, Alfano Gioacchino, Aprea, Aracu, Armosino, Azzolini, Baiamonte, Baldelli, Berlusconi, Bernardo, Berruti, Bertolini, Biancofiore, Bocciardo, Bonaiuti, Bondi, Boniver, Boscetto, Brancher, Bruno, Brusco, Caligiuri, Campa, Carfagna, Carlucci, Casero, Ceccacci, Ceroni, Cesaro, Cicchitto, Cicu, Colucci, Conte Gianfranco, Costa, Craxi, Crimi, Dell’elce, Della Vedova, Di Cagno Abbrescia, Di Centa, Di Virgilio, Fabbri, Fallica, Fasolino, Fedele, Ferrigno, Fini Giuseppe, Fitto, Floresta, Fontana Gregorio, Franzoso, Fratta Pasini, Galli, Garagnani, Gardini, Gelmini, Germana’, Giacomoni, Giro, Giudice, Iannarilli, Jannone, La Loggia, Lainati, Laurini, Lazzari, Lenna, Leone, Licastro Scardino, Lupi, Marinello, Marras, Martusciello, Mazzaracchio, Milanato, Minardo, Mistrello Destro, Misuraca, Mondello, Mormino, Moroni, Nan, Napoli Osvaldo, Palmieri, Palumbo, Paoletti Tangheroni, Paroli, Pecorella, Pelino, Pepe Mario, Pescante, Picchi, Pili, Pizzolante, Ponzo, Prestigiacomo, Ravetto, Rivolta, Rossi Luciano, Russo Paolo, Santelli, Sanza, Scajola, Simeoni, Stagno D’alcontres, Stradella, Testoni, Tondo, Tortoli, Ugge’, Valducci, Valentini, Verdini, Verro, Vitali, Vito Alfredo, Vito Elio, Zanetta, Zorzato.
Italia Dei Valori
Rossi Gasparrini.
La Rosa Nel Pugno
Antinucci, Beltrandi, Bonino, Boselli, Buemi, Buglio, Capezzone, Crema, D’elia, Di Gioia, Mancini, Mellano, Piazza Angelo, Poretti, Schietroma, Turci, Turco, Villetti.
Misto
Brugger, Neri, Nucara, Oliva, Rao, Reina, Widmann, Zeller.
Rifondazione Comunista
Acerbo, Burgio, Cannavo’, Cardano, Caruso, Cogodi, De Cristofaro, De Simone, Deiana, Dioguardi, Duranti, Falomi, Farina Daniele, Ferrara, Folena, Forgione, Frias, Giordano, Guadagno, Iacomino, Khalil, Locatelli, Lombardi, Mantovani, Mascia, Migliore, Mungo, Olivieri, Pegolo, Perugia, Provera, Ricci Andrea, Ricci Mario, Rocchi, Russo Franco, Siniscalchi, Smeriglio, Sperandio, Zipponi.
Udc
Adolfo, Alfano Ciro, Barbieri, Bosi, Capitanio Santolini, Casini, Cesa, Ciocchetti, Compagnon, Conti Riccardo, D’agro’, D’alia, Delfino, Dionisi, Drago, Forlani, Formisano, Galati, Galletti, Giovanardi, Greco, Lucchese, Marcazzan, Martinello, Mazzoni, Mele, Mereu, Peretti, Romano, Ronconi, Ruvolo, Tabacci, Tassone, Tucci, Vietti, Volonte’, Zinzi.
Udeur
Adenti, Affronti, Capotosti, Cioffi, D’elpidio, Fabris, Giuditta, Li Causi, Morrone, Picano, Pisacane, Satta.
Ulivo
Albonetti, Allam, Amato, Amendola, Amici, Attili, Aurisicchio, Bandoli, Baratella, Barbi, Bellanova, Benvenuto, Benzoni, Bersani, Betta, Bianchi, Bianco, Bimbi, Bindi, Bocci, Boffa, Bordo, Brandolini, Bressa, Bucchino, Buffo, Burchiellaro, Burtone, Caldarola, Calgaro, Capodicasa, Carbonella, Cardinale, Carta, Castagnetti, Ceccuzzi, Cesario, Chianale, Chiaromonte, Chicchi, Chiti, Cialente, Codurelli, Colasio, Cordoni, Cosentino Lionello, Crisafulli, Crisci, Cuperlo, D’alema, D’antona, D’antoni, Damiano, Dato, De Biasi, De Brasi, De Castro, De Piccoli, Delbono, Di Girolamo, Di Salvo, Duilio, Fadda, Farina Gianni, Farinone, Fasciani, Fassino, Fedi, Ferrari, Fiano, Filippeschi, Fincato, Fiorio, Fioroni, Fistarol, Fluvi, Fogliardi, Fontana Cinzia, Franceschini, Franci, Froner, Fumagalli, Galeazzi, Gambescia, Garofani, Gentili, Gentiloni, Ghizzoni, Giachetti, Giacomelli, Giovanelli, Giulietti, Gozi, Grassi, Grillini, Iannuzzi, Incostante, Intrieri, Lanzillotta, Laratta, Leddi Maiola, Lenzi, Leoni, Letta, Levi, Lomaglio, Longhi, Lovelli, Luca’, Lulli, Luongo, Lusetti, Maderloni, Mantini, Maran, Marantelli, Marcenaro, Marchi, Mariani, Marino, Marone, Martella, Mattarella, Melandri, Merlo Giorgio, Merloni, Meta, Migliavacca, Miglioli, Milana, Minniti, Misiani, Monaco, Morri, Mosella, Motta, Musi, Mussi, Naccarato, Nannicini, Narducci, Nicchi, Oliverio, Orlando Andrea, Ottone, Papini, Parisi, Pedulli, Pertoldi, Pettinari, Pinotti, Piro, Piscitello, Pollastrini, Prodi, Quartiani, Ranieri, Realacci, Rigoni, Rossi Nicola, Rotondo, Ruggeri, Rugghia, Rusconi, Ruta, Rutelli, Samperi, Sanga, Sanna, Santagata, Sasso, Schirru, Scotto, Sereni, Servodio, Sircana, Soro, Spini, Sposetti, Squeglia, Stramaccioni, Strizzolo, Suppa, Tanoni, Tenaglia, Testa, Tolotti, Tomaselli, Trupia, Vannucci, Velo, Ventura, Verini, Vichi, Vico, Villari, Viola, Violante, Visco, Volpini, Zaccaria, Zanotti, Zucchi, Zunino.
Verdi
Balducci, Boato, Boco, Bonelli, Cassola, Cento, De Zulueta, Francescato, Fundaro’, Lion, Pecoraro Scanio, Pellegrino, Piazza Camillo, Poletti, Trepiccione, Zanella.
L'Italia dei Valori non si arrende, la battaglia per escludere dall'indulto reati gravissimi si trasferisce al Senato, dove la discussione avverà in tutta fretta sabato pomeriggio con la votazione addirittura nella notte di sabato, come avviene per chi ha qualcosa da nascondere.
Ps: per chi volesse partecipare, domani sabato 29 luglio, l'Italia dei Valori manifesterà di fronte a Palazzo Madama a Roma.
Postato da Antonio Di Pietro
Ricevo & Pubblico:
L’inganno della chiusura della discarica di Castellino
Nessuna garanzia reale, nessuna certezza sulla bonifica
La mancata chiusura della discarica di Castellino ha confermato i timori delle previsioni fatte da quanti avevano, con grande anticipo, lanciato l’allarme sui rischi connessi alla emergenza rifiuti e alla mancanza di una adeguata politica che evitasse il perpetuarsi dell’attuale sistema di smaltimento legato a impianti che, come Castellino, inquinano e compromettono la salute pubblica.
E’ grave che il Sindaco della Città parli della proroga dell’apertura della discarica e della fissazione di una data, peraltro incerta e legata al verificarsi di condizioni al momento inesistenti, di chiusura, come di una “opportunità” data alla Città di Nardò.
Il Sindaco e l’Amministrazione scambiano il diritto dei cittadini ad un ambiente sano per graziosa concessione di sua Maestà.
Il Sindaco Vaglio non dimentichi che su 14 anni di funzionamento della discarica di Castellino, per ben 10 egli è stato Sindaco di nardò e nessun sistema di controllo, di prevenzione ambientale, di repressione delle violazioni ambientali legate al malfunzionamento dell’impianto è mai stati adottato.
Con grave e colpevole inerzia.
La mancata chiusura di Castellino è un ulteriore grave colpo all’ambiente, alla salute, all’economia e alla immagine della Città di Nardò.
Nardò diventa a pieno titolo “Città della Discarica” e dell’inquinamento, della puzza, dei gas maleodoranti, del record delle patologie tiroidee.
Ancora più grave è che non si parli di bonifica e di piani di risanamento che vengono ulteriormente fatti slittare nel tempo.
Italia Nostra denuncia la gravità la situazione di grave degrado che le decisioni del Commissario per l’emergenza stanno determinando per il territorio di Nardò e la totale inaffidabilità del Sindaco e dell’Amministrazione Comunale a gestire le questioni ambientali.
Invita l’Amministrazione Comunale e le forze politiche della città, aldilà dei contingenti e miopi interessi di parte, a voler fare pressione sull’Amministrazione Comunale affinché le decisioni dell’On Vendola siano riviste.
Castellino chiuda subito! Non un giorno di più, oltre il 31 luglio 2006
ITALIA NOSTRA sezione Salento Ovest
Abuso di clemenza
di Daniela Gaudenzi
Era facile prevedere che il governo Prodi avrebbe portato “degnamente” a conclusione quell’opera di demolizione della certezza del diritto e di asservimento della legge agli interessi dei più forti che è stato il carattere distintivo e peculiare della precedente legislatura? Era scontato che il governo di centro sinistra sarebbe riuscito anche là dove Berlusconi non aveva potuto “osare”?
Forse no, certamente no per quella consistente parte dell’elettorato di centro sinistra che si è ancora una volta recato a votare nonostante tutto e nonostante una legge elettorale ributtante (e una rinata partitocrazia che ha candidato condannati, inquisiti, prescritti, familiari, parenti ed affini), animato da una incrollabile fiducia nella “discontinuità”.
I segnali a ben vedere non sono mai stati esaltanti: basti vedere come nel ponderoso programma dell’Unione non ci sia stato spazio per una sola riga che prevedesse l’abrogazione delle leggi ad personam e la bocciatura netta di una legge sull’ordinamento giudiziario che ha riportato la magistratura agli anni ’50 e che in mancanza di un decreto che la disapplichi sta già da un mese dispiegando i suoi effetti nefasti.
Nemmeno la magistratura che pure non si faceva soverchie illusioni era in grado di prevedere quanto sta avvenendo: un sostanziale colpo di spugna su tutti i reati finanziari e contro la pubblica amministrazione commessi fino al 6 maggio 2006.
Aver incluso nell’indulto questa serie di reati non significa più solo “l’uscita” da tangentopoli, mentre le cronache giudiziarie sono dominate dai reati di corruzione, concussione, finanziamento illecito, ma la cancellazione della pena o una riduzione al di sotto della detenzione in carcere per i protagonisti di tutti gli scandali che hanno devastato la credibilità delle istituzioni e del paese, oltre che danneggiato talvolta in modo irreparabile risparmiatori, azionisti, parti civili che non avranno più alcun risarcimento.
Non ci sono precedenti di inclusioni analoghe a quelle previste dal testo licenziato dalla commissione giustizia a firma di Enrico Buemi “garantista” della Rosa nel pugno.
A differenza dell’amnistia del ’90, peraltro contestuale all’entrata in vigore del nuovo processo penale che avrebbe dovuto inaugurare la nuova stagione del processo accusatorio -ben presto naufragato nelle secche della farraginosità e della duplicazione delle pseudo garanzie inventate volta per volta per ritardare la sentenza e favorire la prescrizione di qualche inquisito eccellente-, l’indulto targato ulivo include tutti i reati fino ai tre anni con la sola esclusione di terrorismo, banda armata, associazione mafiosa, sequestro di persona, pedofilia.
La ratio dell’inclusione dei reati finanziari e contro la pubblica amministrazione è tutt’altro che criptica: escluderà dal principio fondamentale della certezza della pena, e cioè vanifica di fatto le inchieste ed i processi in corso nei confronti di 78 politici di cui 17 del centro sinistra, e dispiegherà i suoi benefici e definitivi effetti per personaggi come Tanzi, Ricucci, Fiorani, Consorte, Sacchetti e accoliti che con il consenso bipartisan del ceto politico hanno tentato l’arrembaggio a pezzi strategici del paese.
Destano stupore e sconcerto le difese d’ufficio da parte di sostenitori imprevedibili come il diessino Massimo Brutti che considera il testo sull’indulto “un punto di equilibrio” che dunque “non va modificato” e obbietta al colpo di spugna con argomentazioni politicamente criticabili e giuridicamente infondate. Il responsabile per la giustizia dei DS ha dichiarato “Niente viene cancellato. La riprovazione sociale resta tutta. La corruzione non è la mafia: il corrotto condannato è bruciato….L’ interdizione perpetua dai pubblici uffici, cui l’indulto non si applica, basta a mettere fuori gioco i corruttori condannati” (la Repubblica 24 luglio 2006). Purtroppo le cose non stanno esattamente così come spiega dalle pagine della Stampa il giorno successivo Carlo Federico Grosso in un commento intitolato “Non è clemenza è una vergogna”. “Peccato che nel caso della corruzione, a differenza che per il peculato e la concussione, l’interdizione dai pubblici uffici è temporanea essendo destinata a durare il tempo della pena principale”. Quindi a titolo meramente esemplificativo in riferimento al simbolo e beneficiario principe ma non certo esclusivo dell’ inciucio di mezza estate, Cesare Previti, non solo lascerebbe i domiciliari ma sarebbe pronto per ricandidarsi con un curriculum vieppiù arricchito da una condanna definitiva per corruzione in atti giudiziari scontata sì e no per qualche mese.
Carlo Federico Grosso in sintonia con le posizioni espresse da commentatori prestigiosi e non tacciabili di “girotondismo” e “giustizialismo” come Luca Ricolfi o Eugenio Scalfari rileva che “se l’unica vera ragione che giustifica l’approvazione dell’indulto è rendere meno affollata la popolazione carceraria” passata drammaticamente dai 25.000 degli anni ’90 ai 61.000 di oggi (di cui 30% di extracomunitari e il 25% di tossicodipendenti) “sarebbe stato naturale escludere reati fortemente caratterizzati dal loro disvalore sociale e morale ma nel contempo, per ironia, fortemente estranei ai circuiti della esecuzione penitenziaria, quali appunto i reati in materia di società, finanza, fallimento e pubblica amministrazione”. (ibidem).
Dunque la “blindatura” del provvedimento ribadita, ahinoi, non solo dall’avvocato legislatore Nicolò Ghedini ma da Rifondazione Comunista e dagli avvocati-parlamentari del centro sinistra che, guarda caso, sono anche i difensori dei furbetti e dei furboni dei quartieri alti, risulta ancora più ingiustificata e ripugnante se si tiene conto, dettaglio non insignificante che “in un testo unificato predisposto a gennaio scorso quando era al potere il centro destra…l’estensione del beneficio appariva assai più circoscritta e per molti dei reati menzionati la sua misura massima era stata fissata in un solo anno di reclusione”. (C. F. Grosso ibidem). Come hanno rilevato giuristi e magistrati, totalmente inascoltati, come Gerardo D’Ambrosio, (che voterà no al provvedimento se non intervengono sostanziali modifiche), Giancarlo Caselli e Piercamillo Davigo, se non si abrogano la ex-Cirielli i cui effetti devastanti sull’intasamento delle carceri erano stati preannunciati persino dall’ex ministro-ingegnere Castelli, e la Bossi-Fini, la situazione ritornerà insostenibile tra sei mesi e non a caso si parla di amnistia per l’autunno.
Invece di un provvedimento aperto e perfettibile frutto di “una pacata riflessione e discussione” in parlamento, auspicato da qualsiasi osservatore di buon senso, si sta assistendo a reazioni scomposte ed arroganti che tendono all’emarginazione di Antonio di Pietro, dei parlamentari e dei sostenitori dell’IDV, ma anche dei cittadini e della società civile che si sta mobilitando, come aveva fatto per le leggi-vergogna, contro l’abuso senza precedenti di un istituto di clemenza che non può essere piegato a finalità improprie ed aberranti.
Come fa Massimo Brutti, senza vergognarsi, a rispondere ad Antonio Di Pietro che “quando ci accusa di compier una scelta ‘immorale insopportabile’ devo contare almeno fino a dieci per non dargli la risposta che si meriterebbe?” (la Repubblica 24/7/06). Di Pietro ha proposto che l’indulto riguardi solo le sentenze passate in giudicato entro la data del 6 maggio del 2006 e che sia escluso per le pene accessorie temporanee (interdizione dai pubblici uffici per i reati di corruzione). Che cosa c’è di così irricevibile? Forse che Cesare Previti lascerebbe i domiciliari ma non potrebbe rischiare per una seconda volta di diventare ministro della giustizia della repubblica italiana come nel ’94? Dal fronte tutt’altro che compatto della ormai ex-CDL, AN propone a sua volta che l’indulto si applichi solo a chi ha scontato 1/3 della pena.
Il centro sinistra sembra non sentire ragioni e avanzare ottusamente verso un esito che consente di alzare la voce persino ad uno come Edmondo Cirielli per denunciare “un colpo di spugna peggiore del decreto Biondi del ’94 , un’ amnistia mascherata che favorisce non solo delinquenti incalliti, ma anche i truffatori e i furbetti del quartierino” (QN del 25/7/06).
Perché cadere tanto in basso?
http://www.democrazialegalita.it/daniela/daniela_indulto_26luglio06.htm

Ninna nanna, pija sonno
che se dormi nun vedrai
tante infamie e tanti guai
che succedono ner monno,
fra le spade e li fucili
de li popoli civili.
«Questo indulto è stato un voto di scambio politico-parlamentare con cui l'Unione ha svenduto la propria dignità politica cedendo al ricatto della Cdl e, in particolare, di Forza Italia».
Ricevo & Pubblico:
Galatone
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CONTINUA IL SILENZIO E L’INDIFFERENZA DEL “VERTICI” DELLA MARGHERITA DOPO IL MESSAGGIO LANCIATO DALL’EX ASSESSORE VITO ZECCA.
Inerzia e indifferenza? CERTAMENTE!
Mancanza di rispetto verso i cittadini?
NON C’E’ DUBBIO!
Non aggiungo altro se non che è troppo facile e comodo fare politica in questo modo! Il mio messaggio su ciò che sta accadendo politicamente nella nostra città è stato divulgato in sintesi sul giornale ed anche con una lettera aperta ai cittadini e su alcuni siti internet.
Il messaggio è stato recepito e condiviso alla quasi unanimità del circolo 2 della Margherita e nessuna iniziativa è stata presa da parte dei politici responsabili per una situazione grave all’interno della coalizione di Centro Sinistra e nei confronti di chi si crede di essere il “Padre Eterno”.
Per chi conosce per quello che faccio nella mia vita privata, posso dire che spesso arrivo sul posto dell’incendio in tempo a salvare il salvabile; a volte riesco a domare completamente l’incendio prima che provochi danni; a volte, purtroppo, arrivo sul posto quando ormai è tutto ridotto in cenere!
Comunque faccio sempre del mio meglio sfruttando il tempismo e la buona volontà. Io avevo avvertito lo sviluppo di “un grosso incendio politico!” Ma chi avrebbe dovuto usare tempismo ed un po’ di buona volontà per salvare almeno il salvabile, sta dimostrando sempre più indifferenza verso tutto e tutti.
Ma certo! Nessuno può smentire che è molto più comodo stare seduti su di una comoda poltrona a
riposare o in mezzo al mare per rinfrescarsi che trovarsi in mezzo alle fiamme di un incendio. Ma è pur certo che quella poltrona è stata loro donata pro-tempore dai proprietari di quell’appezzamento di terreno che sta andando in fumo.
Mi faccio portavoce della rabbia dei cittadini di Galatone verso questo atteggiamento e con me, avendo condiviso anche il mio primo avvertimento, vi sono molti altri, politici del mio gruppo e non.
Se questo non basta, saranno i cittadini stessi che sottoscriveranno il loro disappunto con le proprie firme e vi assicuro che saranno migliaia.
Questo, però, sarà l’ultimo atto di una scena teatrale che dura già da molto tempo ed ha provocato
stanchezza, sfiducia, disprezzo e tanta delusione!
Ma che pensare, che dire, se non si tengono in considerazione i regolamenti di uno statuto partitico?
Voglio ricordare a qualcuno che vi è regolamento tipo, atto disciplinare in modo chiaro ed equilibrato il rapporto tra circoli ed organi territoriali del partito, che propongo ai coordinamenti regionali, pur nel rispetto della propria autonomia statuaria, alcune regole da inserire nei propri regolamenti. Io, insieme ad altri delegati del partito, aspettiamo ancora le scuse di chi è venuto meno all’articolo “4” del citato statuto “Libertà è Democrazia la Margherita”. Ribadisco che la convenzione cittadina è già scaduta da moltissimo tempo ed invito i “Vertici” responsabili a ricordare l’articolo “12” comma “2” punto “C e D”. Pertanto ringrazio, insieme agli amici, tutta la cittadinanza per la loro condivisione e solidarietà.
VITO ZECCA
GIOVEDI' 27 LUGLIO
"CHILD FROM HELL" IN CONCERTO AL GUADALAJARA CAFE'
S.P. GALATONE - S. MARIA AL BAGNO
START H22,00
INGRESSO LIBERO

Il tanto agognato (da me) governo Prodi sta cominciandoi suoi primi mesi di governo tra poche luci e molte ombre.
La storia delle privatizzazzioni a sorpresa e senza concertazione con le parti (eppure Romano aveva detto : - parlare parlare parlare per concertare-); la storia della controversa politica estera, le esternazioni su calciopoli incuranti della giustizia, sia di quella sportiva che di quella con la G maiuscola.
Ma Mastella ministro delle giustizia è già un bell'insulto.
Forse è stato scelto perchè si chiama Clemente.
Poi questa mastellata dell'indulto alla forzaitaliota arisalvapreviti nel quale l'unico a conservare un minimo di coerenza e di palle pare il buon Antonio Di Pietro.
E rifondazione che è così dura e pura da fare la parte di Bondi e Schifani.
E l'altrimenti ottima Melandri che si biloca in tutte le televisioni del Globo, eccitata come una adolescente dopo la prima pomiciata, a manifestare il Potere Operaio della Squadra Azzurra con tanto di "falce e coppa" in mano aspettando che il Sol dell'Avvenire sorga a forma di Pallone Mundial.
Mi pare che Zapatero sembra sempre più lontano.
Di contro abbiamo una opposizione balneare, con Berlusconi in Marocco pronto a travestirsi da mammelucco per i cinquant'anni della Moglie mentre in Libano, poco più in là, non si travestono ma si sparano, e non cazzate; i soliti guitti da tv nero vestiti che fuoriescono imperterriti anche da sotto gli ombrelloni a pontificare di tutto, specie di cose che non capiscono, anche ora che non si intrattengono più con le soubrettine compiacentemente dedite alla assistenza di vecchioni arrapati.
Qualcuno mi spieghi poi dov’è la coerenza di parte della destra che fino a ieri stava in piazza con i tassisti a protestare, e adesso critica il governo che ha ceduto.
Stiamo messi male.
Ma non c'è da preoccuparsi.
C'è solo da ridere.
Mica è una cosa seria!


Anticipando lievemente l’esito di tutti i ricorsi Tar, Tas, Bis, Ici, Invim e Una-Tantum, siamo in grado di fornire in anteprima la sentenza definitiva dello scandalo che ha coinvolto mondo del calcio professionistico italiano. In base alle indiscrezioni raccolte le sanzioni saranno così distribuite:
Juventus: serie A; quale penalizzazione, la società bianconera comincerà il torneo a quota 0 punti, in luogo dei canonici +30, al fine di una rapida riconquista della testa della classifica si potrà avvalere delle prestazioni del calciatore Z.Zidane, richiamato in servizio attivo.
Milan: serie A, restituzione della carica di Presidente del Consiglio a On. Silvio Berlusconi, e accesso diretto in finale di Champions League, nella stagione 2006-07.
Fiorentina: serie A, + 10 punti a parziale rimborso dell’ondata di caldo che ha colpito Firenze, assegnazione dei diritti esclusivi per la realizzazione del film “Calciopoli”, diretto Da Franco Zeffirelli.
Lazio: serie A, Coppa Uefa ad honorem, corso di latino gratuito per anni 1 a beneficio di tutte le componenti societarie.
Antonio Giraudo: affidamento di Roberto Bettega con inserimento obbligatorio nel proprio nucleo familiare.
Luciano Moggi: sequestro di n.5 apparecchi di telefonia mobile, mantenimento di un solo apparecchio con conversione del contratto presso gestore di lingua aramaica al fine di evitare conversazioni di carattere commerciale.
Diego Della Valle, Andrea Della Valle: assoluzione piena, contratto quinquennale per la fornitura di calzature alla FIGC con obbligo di firma (Tods) quale risarcimento.
Adriano Galliani: assoluzione piena, reintegro nelle 46 cariche sociali, visita tricologica gratuita e contratto per la fornitura e il montaggio di antenne televisive per l’intero nord-est europeo quale risarcimento.
Claudio Lotito: assoluzione piena, Laurea ad honorem il Lingue Antiche, contratto triennale per la pulizia dei locali di Via Allegri e gestione a vita dell’IRESCA (Istituto per il Recupero di Società in Coma Amministrativo) quale risarcimento.
Leonardo Meani: assolto con obbligo di inserimento dei “Dondarini alla Puttanesca” nel Menù del proprio ristorante.
Sandro Mencucci: non riconosciuto colpevole in quanto non riconosciuto nella documentazione fotografica.
Massimo De Santis: assolto con formula piena, affidamento della direzione delle finali per le prossime 6 edizioni dei campionati del mondo di calcio e viaggio di nozze pagato dopo il matrimonio contratto con il proprio avvocato difensore.
Franco Carraro: assunzione parziale, rimborso delle spese telefoniche per le stagioni 2004-05 e 2005-06, nomina in 57 consigli di amministrazione a piacere quale risarcimento, obbligo di posa statica di fronte ai fotografi di agenzie accreditate, una volta a settimana per mesi 6.
Innocenzo Mazzini: reiscrizione anagrafica col nome di Colpevole Mazzini, obbligo di shampo e acconciatura settimanale con obbligo di firma per mesi 6, quale sanzione per il reato riconosciutogli: oltraggio al barbiere.
Pierluigi Pairetto: conversione della pena precedentemente ascritta, in 2 anni di lavori socialmente utili da impiegarsi in località Bagni Fiorella (Viareggio) per costruzione di piste di sabbia per palline, previo restituzione delle stesse, precedentemente sottratte alla prole di parenti e amici.
Real Madrid e Barcellona: esclusione dai tornei UEFA per la stagione 2006-07 quale sanzione per il reato di turbativa di mercato, in luogo del prezzo irrisorio pagato per assicurarsi le prestazioni di calciatori della Juventus, erroneamente ritenuta colpevole nel corso dei precedenti dibattimenti.
Inter, Roma, Palermo, Chievo, Empoli, etc. (seguono altre 24 società di serie A, B e C): retrocessione all’ultimo posto in classifica per la stagione 2005-06, per mancato adeguamento agli usi, costumi, accordi, modalità di conversazione, SMS e MMS, normalmente vigenti nel sistema calcio professionistico.
Guido Rossi, Stefano Palazzi e Francesco Saverio Borrelli: condannati a rifondere l'intero importo delle spese processuali e le bollette telefoniche degli imputati prosciolti, per aver costruito un castello accusatorio tramite l'utilizzo di conversazioni aventi chiaro carettere satirico e per aver attentato alla onorabilità delle parti, generando dubbi sulla lealtà sportiva delle stesse.
Tutti gli altri imputati: assolti dai reati precedentemente ascritti per la scadenza dei tempi di utilizzo della sala presso l’hotel che ospita il dibattimento, in quanto necessita la restituzione della stessa al fine del regolare svolgimento dell’annuale congresso di proctologia.
Ricevo & Pubblico da amico Interista
(venne la volta degli eterni sconfitti!)
JUVE CARA AMICA
16 lug. 06
E’ nel tuo DNA
rubar, da sempre, in serie A,
ma finalmente è giunta l’ora
cara mia Vecchia Signora!
Nel tuo stile, alla tua storia
hai aggiunto questa vittoria
Sei stata grande, sei stata Big
Adios, Champions League
Sei tetragona alle intemperie
ruberai nell’altra serie
niente e nulla ti spaventa
tanto meno il meno trenta
Certo, senza Moggi
non avrai tanti appoggi
ma c’è pur sempre Cobolli Gigli
a cercarti altri appigli.
Ruberai…ehm.. Giocherai solo al sabato
e mai più al mercoledì
coraggio Vecchia Juve
vincerai la serie B
ed un giorno,
chissà quando non si sa
tornerai in serie A.
Tutto hai avuto: onori e vittorie
A tanti hai procurato odio e invidie
Ma fu vera gloria?
A Ruperto l’ardua sentenza
L’uomo fatal fu intercettato
E impietosamente si compì il fato.
Per vincere(rubare) il campionato cadetto
non avrai più bisogno di Bergamo e Pairetto
tanto meno di Dondarini
per gestire i cartellini
o dell’aiuto di Lanese
per far fuori l’Udinese
Chi l’avrebbe mai detto
un miraggio lo scudetto!
senza De Santis in paradiso
a proteggere il tuo bel viso
e senza più telefonini
per l’aiuto di Mazzini.
Su! Su! Non far così
in fondo è solo serie B
e dillo pure a Della Valle
di non rompere le palle
e dillo pure a Lotito
che il calcio va ripulito
e non fare l’invidiosa
il Milan è un’altra cosa
ai Compari Adriano e Silvio
un po’ di rispetto, CRIBBIO!
Ah! Se l’avessimo fra le mani
quel lampione di Galliani
e quel cornuto del Meani
tutti quanti ci han derisi
con Babini ed il Puglisi
Anche loro,che son vecchi d’arte,
della B dovrebbero far parte.
Del leone son finiti i tempi belli
ci sono adesso quelli da AGNELLI
La serie A in Tv vedrete
ma tant’è, (sic)! Risorgerete
Tanti Auguri (mmm…)vecchia Amica
e che Dio ti benedica!
Con tanto, tanto…….affetto
GIGGI2
Stamattina ero a concordare le modalità di un lavoro per strada, di fronte al cantiere. Si ferma un signore sconosciuto.
- Arch. Resta?-
-Sì, sono io-
- Mi scusi vorrei dirgli una cosa. Parcheggio. -
- Finisco di parlare e mi avvicino al signore mai visto.
- Se lei è Giuseppe Resta che ha scritto anni fa un racconto su un emigrante che torna a Galatone vorrei farle i miei complimenti-
- Sì sono io, grazie. Penso si riferisca all'emigrante di Colonia-
-Sì! Esattamente-
-lo chiedo perchè sul problema dell'emigrazione e dl rimorso salentino del partire e voler ritornare, di amare la propria terra sensa essere ricambiati, del coraggio di restare, e del partire per ritornare ho scritto diverse cose-
- Io non sono di qua, io vivo qua, mi ha molto colpito come uno di qua sia risucito a vedere le cose con grande distacco, criticamente, senza bonarietà-
-La ringrazio, nove anni fuori di casa mi hanno dato la possibiltià di staccarmi dalla scena e di vederla da osservatore, tutto qui-
- E' difficile, lo sa? Si tende sempre ad essere parte dell'ingranaggio, a trovare scusanti, a farsi omologare, le cose che diceva lei mi hanno dato una stretta allo stomaco. E' proprio tutto tremendamente vero, autentico. Grazie. Come è vero quello che diceva al proposito del"noi", dell'omologazione.........-
-Grazie a lei-
Poi altri cinque minuti di perchè e di percome.
In onore di questo ammiratore sconosciuto ripubblico il LUNGO racconto. (si può sempre copiare e stampare e leggere sul Water, o prima di dormire)
C'è sempre qualcuno che ritorna.
Roberto, ascoltami!
partire è meglio che morire
(Trent’anni dopo)
Giuseppe stava svegliandosi. Lo sentiva. I pensieri confusi del sonno cominciavano a diventare reali, i contorni del pensiero diventavano solidi, tridimensionali. Aveva caldo e l’aria calda gli aveva seccato la bocca. Si sentiva anche un po’ appiccicato di sudore. Il dondolio dei binari era sempre più presente, come sempre più presente era la sensazione del risveglio e di una certa estraneità. Cominciò a realizzare che era in treno. Già, era in treno. Il rumore era inconfondibile. Guardò l’orologio digitale accendendo la lucina: 7 / 12. Si strofinò gli occhi e inghiotti raschiandosi il palato con la lingua. Bevve alla bottiglietta.
La frontiera italiana era stata sicuramente attraversata. Fra poco sarebbe arrivato a Milano, dove si doveva cambiare. Alle 7/ 45, se non c’erano ritardi. Rimase ancora un po’ a letto. Lo scompartimento per quattro era ancora pieno. I suoi compagni di scompartimento erano tutti tedeschi: un signore con barba rada ed occhiali, cinquantenne anche lui, giacca a quadretti, l’aria di studioso, era salito con lui a Dortmund, dove erano arrivati la sera prima per prendere il treno delle 18/ 41, e scendeva a Mailand, Milano; due giovani trentenni di bella presenza e gamba lunga in jeans stretto e canotta scollata, salite a Siegen, amiche; turiste dopo una delusione d’amore di entrambe: andavano a Firenze, continuavano con lui sino a Bologna. Questo, almeno era quello che aveva desunto da una cordiale ma breve conversazione prima di prendere posto nel lettino. Non è che coi tedeschi del nord si cavava di più. Fossero stati bavaresi…..
Giuseppe si lasciò cullare dallo sballottamento dei binari. Si rilassò ancora un attimo prima di andare a conquistare il bagno. Anche una delle donne sembrava sveglia, lo capiva dal respiro controllato e da alcuni movimenti. Quella presenza risvegliava i suoi ormoni.
Annusava il buon odore delle donne, percepibile anche nell’aria consumata dello scompartimento. Certe cose un mediterraneo le sente! Avesse avuto dieci anni di meno le avrebbe consolate lui….. Si sentiva ringalluzzito da questo viaggio, dal tornare nella sua madre terra, là dove era nato, dove era stato giovane. Ringalluzzito ma non tanto da non rendersi conto che alla sua età non poteva più fare l’italiano eroberer, conquistatore. Erano passati quei tempi….
Ripensò a quando nel pomeriggio era partito da Colonia, da Koln come la chiamava adesso. Ripensò al taxi per i viali alberati già mezzi spogli, allo stadtzentrum chiuso al traffico che la vettura aveva attraversato proveniente dal quartiere della Messe, la fiera, verso lo orsmitte, sino alla stupenda mole della cattedrale.
Chi mai poteva aver pensato di mettere la banhof proprio sotto alla cattedrale? Se lo era sempre chiesto. Tedeschi! Ripensò all’ultimo sguardo dato alla grande chiesa prima di scendere inghiottito dal sottopasso, lasciandosi dietro negozi di profumi, bierwirten e sexischops. Rivide quelle guglie infinite, quelle statue sacre, ripensò alle tombe dei Re Magi, alla storia delle mille vergini, al rumore che faceva l’aria passando tra guglie e contrafforti, tra i ricami di pietra, sui vetri colorati delle grandi vetrate dove si posavano i merli gracidanti.
Aveva, in tutti questi anni, preso a pensare che la cattedrale fosse cosa viva, capace di respirare, di mugolare, di muoversi in un flebile sospiro. L’aveva avuta subito quest’impressione, una delle prime sere dopo essere arrivato. Andò con suo padre a vederla bene da vicino. Attraversarono il Reno col tram, puntando dritti su questa sagoma nera che si stagliava sul fiume e attraeva chiunque come fosse dotata di un’energia magnetica. Giunti proprio sotto, rimasero in silenzio interi minuti a guardare col naso all’insù la svettante sagoma immersa nella pallida foschia, fra le flebili luci della città. Stettero tanto tempo da farsi lacrimare gli occhi al vento umido che saliva dal Reno. La cattedrale sembrava continuare in alto, sino in cielo, come quella scala di Giacobbe raffigurata sul libro di catechismo di quand’era bambino….. e si sentiva una vibrazione, un respiro, un respiro distinto, proprio come se la cattedrale lo emettesse umanamente. Glielo aveva detto suo padre…. E lui non ci aveva creduto. Suo padre Totu, che ora non c’era più. La cattedrale di Koln imponeva soggezione, tutta diversa dalla sua amata chiesa di arenaria del paese natale, che invece sembrava aver condensato il sole in pietra vibrante e le volute di scirocco in mille ghirigori e inneggiava alla vita ed alla natura, e cambiava colore ad ogni ora del giorno. Se la ricordava bene quella chiesa….. Ma ora la cattedrale grigia aveva preso il suo posto nel cuore romantico di Giuseppe, era diventato il simbolo di casa sua, del suo riscatto.
E sì, Giuseppe era partito per la Germania non ancora ventenne, con tutta la sua famiglia, nel ‘71. Avevano raggiunto il padre che là aveva trovato lavoro già da cinque anni. Se la ricorda ancora quella partenza con le valigie di cartone e le cassette di legno foderate di giornali e avvolte nello spago. Tutto si erano portati nella Kadet del padre, stivando il portabagagli e sovraccaricando il portapacchi sino a farlo incurvare. Ventisette ore ci misero per arrivare a Koln. E fecero l’autostrada che Giuseppe manco sapeva cos’era. Lui aveva fatto il militare a Codroipo, e sino lì era andato in treno.
Tutto si erano lasciato dietro, i vecchi mobili dati alla vicina, il cane regalato all’amico Uccio, le chiavi della casa fatta di sala, camera e cucina restituite al proprietario. Tutto avevano lasciato di quel poco che avevano. Anche il giovane amore aveva lasciato Giuseppe. Con dolore. Si andava ad una nuova vita, verso nuove prospettive che non fossero quelle della dignitosa miseria che avevano patito fino a quando Totu aveva fatto il bracciante, da sole a sole, sciurnata e panesporriu, in mezzo alle vigne degli altri, a buttare sangue e giovinezza per il pane suo e della famiglia. Poi la decisione: - Partu pi la Germania, cumparima Fissu m’ha dittu ca addhrò fatia iddhru nc’è bisognu di razze bone.- Raccolse quattro pezze e partì con un numero di telefono, una forma di formaggio, un pezzo di pane di grano nello strofinaccio di cotone, la forza dei trent’anni nelle mani e tanta speranza negli occhi lucidi.
In quei primi anni Toto visse nelle baracche, otto persone in ognuna, coi letti a castello ed un unico fornello per scaldarsi e cucinarsi la pasta e fagioli, la pasta e piselli, le patate…. Quante patate! Ma mandava i soldi a casa, e tornava due volte l’anno ad abbracciare i figli, e la moglie dalla faccia grigia che hanno le vedove bianche. E non c’era bottiglione di Acqua di Colonia che la potesse far sorridere. I figli intanto crescevano e avevano iniziato a fare i muratori in nero.
Ma Toto sul lavoro ci sapeva fare, ed era diventato il benvoluto di er Maier, il proprietario della fabbrica di viti presso il quale lavorava. Er Maier era contento di lui, l’aveva promosso : - Gut, bono itagliano, gut, vieni me che ti fare capo frabbika, buono Giosseppe?Arbeit, arbeit! - Così gli disse Maier e lui fu felice. Forse la più grande felicità da quando Elinuccia gli aveva detto sì. E con quella promozione e tanto, tanto arbeit, tanto lavoro, era riuscito a mettere dei bei marchi da parte e a pensare di affittarsi una casetta in periferia, ma vicino alla ferrovia che si fermava a duecento metri dalla sua fabbrica, di là dal Reno. E così aveva progettato di riportarsi la moglie e i figli, portarli via dal sole e metterli in quel cielo di latte, ma con tanti servizi, tante comodità e tante possibilità pi gli agnuni ca sta criscianu facendo li schiavi pi ‘na mille lire.
Era riuscito anche a trovare un lavoro per il figlio grande, Sebastiano, nella stessa fabbrica, e la moglie l’avrebbe messa a fare la sguattera in mensa. Con tre a lavorare e tanti sacrifici si potevano pure cattare ‘na casa loru. Per Giuseppe di sarebbe pensato. Mo, intanto, Toto si era ccattato la Kadet con la trattenuta sulla busta paga, e putia, finalmente, liberare la famiglia, portarla via dalla fame di Galetano, il suo paese ricco di sole e avaro di dignità, scuffundato nel tacco dello stivale biancorossoverde.
Tanto che avevano llassato a Galetano? Li nonni morti, lu ziu currutu, …..gli amici ? Quelli si sostituiscono. La fame no. Quella bisogna allontanarla.
E partirono tutti per davvero: alle Germanie!
Da allora Giuseppe non era più tornato al suo paese. Galetano quasi non se lo ricordava più. La vecchia scuola elementare; la chiesa vecchia coi locali umidi dell’azione cattolica; il bar sulla Via Nuova pieno di scansafatiche; quello dei comunisti dove si elemosinava la giornata come nemmeno si fosse nell’ottocento, la casina dei Signori, quattro gradini più in alto della piazza, là sopra cappelli, qui sotto coppule; là sopra vermut e caffè, qua sotto mieru.
Si ricordava sapori e odori però. L’odore della pelle di Maria, che aveva baciato sul collo sotto un’albero di cirase il giorno della Festa. L’odore del muntone di trifoglio appena falciato dove, a maggio, si rotolava col fratello. Il sapore delle frise di orgiu appena sfornate, lu ‘ndore di li pumitori di prendula, lu ‘ndore di ua e quiddhru di l’ogghiu allu trappitu, o ti lu mustu, ca si sintia a settembre. L’odore della pignata di cavaddhru la Tumenica, quando a menzatia li strate ‘nduravanu ti purpette fritte. L’incenso della novena…. quando accompagnava la povera nonna. E la rucola, e lu timu, l’origanu, e la mentuccia, e la murteddhra davanti allu mare….. ad averli quegli odori nel suo ristorante!
Perché, Giuseppe, appena arrivato, aveva preso a fare il cameriere, chè era un bel ragazzo e di bel portamento, fisico robusto per quanti pizzotti e palmatici aveva scaricato sin da ragazzo. Faccia bruna e occhio nero. Non sfigurava in giacca bianca. Ed era pure alto per essere un maccaroni. Aveva cominciato a servire braut, kartoffen, schinken, salade e suppen e piano piano era diventato metr e poi scef . Poi si era messo in società con er Muller, il suo capo, chè era anziano e aveva visto in Giuseppe un buon ragazzo onesto e lavoratore. Avevano aperto il ristorante “TRICOLORE”, che serviva nudel und tomato, la pasta col pomodoro, pizza e gelato, ma buoni, fatti venire dall’Italia. E l’impresa prosperava. Chi mai era tornato in Italia? Solo ricordi di profumi e di sapori e di fame e di ingiustizia, solo ricordi della luce del sole, del brillare del mare e delle luci dell’altare e delle feste padronali. Le feste! L’odore di cannella degli scagliozzi e di cupeta, l’acido odore della scapece e quello della polvere da sparo. Qualche volta, però, ricordava anche l’odore del tufo e della calce, della conza di calce che tante volte aveva impastato cu lu rozzulu, ed il sapore salato del sudore. Questi erano i ricordi che erano rimasti: luci, fame e fatica.
Chissà come era cambiato Galetano! Chissà quante novità, che emancipazione….. Lui e suo fratello Sebastiano erano tanto cambiati in trent’anni, avevano una bella casa, comoda e piena di cose colorate, con la moquette spessa e le tendine di sangallo. Loro avevano delle mogli belle e dolci, dei figli biondi e rosa che sembravano quelli sulle carte delle cioccolate. Fortunatissimi erano stati a trovare delle belle ragazze oneste, dolci, lavoratrici e remissive come sanno essere le nordiche.
Ma dopo tanti anni l’aveva chiamato il figlio del cugino, dopo anni di astio familiare; lo aveva chiamato per dirgli che nel cimitero i nonni dovevano essere spostati, chè la cappella stava crollando.
Giuseppe fu come richiamato dai suoi morti. Questo fatto lo fece pensare. Lo colpì. Quanti anni era che l’Italia se la ricordava solo per le partite di calcio?
Ne parlò con Linde, sua moglie; lo disse a suo fratello Sebastiano, ma questo non lo poteva accompagnare perché permessi lunghi non ne poteva più avere, ma lui aveva deciso di andare. E i suoi figli erano impegnati a scuola, non li poteva portare per un viaggio così lungo. Ma che ne sapevano loro del sole sulla terra rossa? Loro che l’unica cosa che sapevano dell’Italia era la pizza, gli spaketti, Milan, Juve e la Nazionale. D’un tratto il ricordo della sua terra, il richiamo delle radici, aveva vinto sugli affari e sulla sua vita di Koln, era riemerso.
In macchina no, non aveva voglia di stare tanto tempo da solo nella sua Mercedes. Prese il treno. Bastava andare a Dortmund per prendere il treno per Milano: 18:41; poi si cambiava anche a Bologna, ed in poco più di ventiquattr’ore sarebbe giunto a Lecce: ore 18:52, se mai fosse stato in orario. Di là avrebbe visto come fare. La precisione va bene, ma era pur sempre un italiano e sapeva cavarsela.
Il viaggio fu lungo ma servì a Giuseppe per rispolverare i suoi ricordi, il suo italiano, per far riemergere rumori e sensazioni forti, ma ormai quasi dimenticate. Gli era bastato fermarsi nel bar di Bologna per riassaporare l’odore del caffè ristretto e quello dei cornetti con la crema. Ma nella sala d’aspetto aveva ricordato anche i morti dell’Italicus, che anni prima lo avevano tanto commosso e fatto arrabbiare.
Ritrovò la luce del cielo italiano, il luccichio del mare lungo la ferrovia. Quella stessa ferrovia che lo portava in Friuli a fare il militare.
Il SOLE giallo!
Aveva scordato le campagne coltivate ad orto, e la vigna e poi gli ulivi d’argento. Quanti ulivi! Ma a Lecce sembrò essere rimasto tutto come l’aveva lasciato: capperi, fichidindia e brufichi lungo i binari avvolti nei rovi delle more e muri di leccese consumato dallo scirocco salso, che pareva quasi un merletto intagliato come quello delle chiese, degli altari.
E la stazione, sempre quella, appena appena modificata, lui abituato alle stazioni tedesche tutte metallo e cristallo.
Arrivare a Galetano non fu difficile, si informò e prese una corriera. Ascoltava le persone parlare e i giovani scherzare sull’autobus e si ritrovava a guardarli sorridendo, poi si ravvide: -che mai l’avessero a prendere pi ricchione?- Non è che poteva dire a tutti - Sono Giuseppe Greco, ritorno a Galetano dopo trent’anni, mi ero riscordato come si parlava lu tialettu-?! Cominciò a sentire l’accento di suo padre, quell’inflessione cantilenante, quelle frasi interrogative in calare che gli risvegliarono pensieri passati in ultima fila, in fondo ai suoi ricordi.
La strada che lo portava al paese era stata allargata, proprio bella e grande. Ma il paese tanto bramato lo attendeva uguale a come l’aveva lasciato. I semafori non c’erano quando era partito, e nemmeno quel bar, ma l’aria era quella che sapeva, e così la luce. Più macchine. Molte più macchine posteggiate disordinatamente dappertutto. E così scese davanti al Monumento dei Caduti. Che fine avevano fatto quei bei pali di bronzo che reggevano le palle bianche di luce sotto le quali aveva giocato a saltalamula? Erano rimasti solo due monconi. L’avevano allargato, il giardino, ma senza quelle luci aveva perduto quel fascino antico, rispettoso di quei poveri cristi morti per la Patria……- Che cosa scellerata- pensò.
Erano le otto di quel settembre umido e caldo. A Koln lui già aveva il piumino. A Koln alle otto era ancora luce, qui, ad oriente, era quasi notte. A Galetano la luce del cielo a quell’ora era viola, viola come un velluto, non se la ricordava così bella. Non l’aveva mai notata per i vent’anni che ci era stato.
Bisognava trovare un albergo al centro. Fermò il vigile che, incurante delle auto in sosta vietata, presidiava la piazza e chiese dove poter dormire.
- Da dormire?- -Ja… em... sì!- - Ma guardi che in paese non c’è un albergo, delle camere… non c’è! N-o e-s-s-e-r-e hotel. Bisogna andare verso mare, m-a-r-e-, o in qualche agriturismo, c-a-m-p-a-g-n-a, ja campagna?- - Il vigile cercava di parlare piano perché pensava che Giuseppe non capisse l’italiano -Ah…. Verso mare. Con quale bus?- - Bus? Bus? Non c’è bus! N-I-C-T-H bus, n-e-i-n - Il vigile lo guardava strano cercando di farsi capire con quelle quattro parole di tedesco che gli erano venute in testa. - Per il mare, di sera, si usa la macchina, V-A-G-H-E-N. – E fece il gesto dello sterzo. - N-a-c-t-h-, nein bus; M-O-R-G-E-N ja bus, capito? - - Javoll, va bene… dove si prende il taxi?-
-No, caro signore… non ci siamo capiti: qui non c’è né taxi né bus. NEIN! Si prende la macchina propria- disse il vigile alzando gli occhi al cielo - Come trent’anni fa!- Esclamò Giuseppe - Sì come trent’anni fa…. Perché lei era qui trent’anni fa?- Chiese tra lo stupito e l’ ironico il vigile al signore che si trovava davanti con i capelli lasciati lunghi sul collo, coi pantaloni a quadri, il pesante giaccone di pelle sulle spalle, i pesanti occhiali da sole e la camicia gialla ed il trolley rosso. -Si, io ero di Galetano, sono più di trent’anni che manco…. Sono Giuseppe Greco, ma lei è un po’ più giovane…. Non la ricordo. Pensavo che fosse cambiato qualcosa… trent’anni fa una locanda c’era! Niente brekenbrekfast? Ma com’è che con tutto il nostro sole qui non è decollato il turismo, con tutti i reisen che si fanno, i viaggi…. Ma se quando partivo io si parlava del turismo e del castello di Nascondignano, che si voleva fare show e kino all’aperto, cinema….theater- - Niente caro signore, niente…. Senta un po’, mi immedesimo nel suo caso. Facciamo così: io ho finito il turno, vado in caserma e mi cambio e la accompagno ad un albergo al mare. Io abito ancora al mare. Va bene?- - Danke, ma è troppo gentile… non vorrei…- - Io devo andare. E’ poi è l’unica alternativa a quella di farla dormire sotto le palme!- - Danke- - Venga con me- -L’ospitalità è sempre buona, vedo. Mi fa piacere seguirla così vedo subito il dorf, il paese che è tant’anni che non vedo- Si incamminarono verso il centro. Traffico, disordine, merce esposta per strada… insegne invadenti, strade dissestate, case cadenti……-Mein Gott, Ma qui è peggiorato!- -Cosa? No, abbiamo fatto tanto, ci sono scuole, anche dei giardini, la zona artigianale, quella industriale, gli impianti sportivi…. Addirittura la Piscina. No qualcosa si è mosso, il paese è cresciuto, si migliora!- - Ulia cu beciu! - gli venne prepotente in mente il suo dialetto- So’ passati trenta anni, mein Wache, guardia mia, ulia propriu cu beciu! Siamo tutti in Europa, no? Ma lo sai che io quando sono partito per la Doichland qui era più o meno uguale, mancavano solo questi lampioni brutti che ora ci sono…… e il Rathaus, la Comune, è sempre là?- - Sì- - E chi comanda?- - Più o meno quelli di trent’anni fa. Ma adesso ci sono dei nuovi, speriamo bene!- - Allora non è cambiato niente! Ho ragione! Io in trent’anni ho cambiato la mia vita, mi sono arricchito, ho imparato un’altra lingua, ho messo al mondo due figli, ho cambiato tre case, nove macchine, ho aperto tre ristoranti e una gelateria e qui è tutto uguale? Io sono cambiato!- - Ja- rispose sconsolato ed ironico il vigile. - Ma ora la gente emigra di meno… - aggiunse- certo molti partono per l’Italia stessa, giovani laureati, diplomati, vanno a lavorare fuori…. Molti militari, insegnanti…- - Allora qui la cultura è cresciuta? Si fa molta attività culturale? Arte, spettacolo?- -No, molto poco, per niente. E’ sempre in mano a quelli di trent’anni fa, e chi cerca di cambiare viene stroncato….- - Ma come, un paese con tanti laureati, tanti professori da essere costretto ad esportarli…. Ma com’è possibile?- - E’ così!- Giuseppe ammutolì, continuava a trascinare pesantemente il trolley come se ora fosse pieno della sua delusione. Una strana nausea gli chiuse la bocca dello stomaco. Passarono davanti alla sua chiesa: coperta di impalcature. Arrivarono a quella che il vigile aveva chiamato caserma: un tugurio. Lui ripensò alle caserme della Polizei tedesca: perfette come una camera operatoria. Sbrigate le sue cose, il vigile fece salire Giuseppe in macchina e, districandosi tra cento macchine fuori posto, tra cento buche, cento cani e tante persone che non avevano marciapiedi per passeggiare, raggiunsero la via per il mare.
Sì, il paese era veramente cresciuto. Là, trent’anni fa si andava giocare a pallone, ora vi erano cose su case, case e case e non una piazza, non un viale, non un giardino, non un parcheggio, non una chiesa, un centro sociale, una hall. Niente di niente, tutte casette fitte, una sull’altra, addossate, senza aria. Giuseppe, abituato a Koln, rimaneva ammutolito. - Ma chi le ha fatte tutte queste case?- Chiese non appena si riprese. - Gli emigranti che sono tornati dall’estero- - E non hanno imparato come si fanno? E perché sono tornati?- - Perché avevano i parenti, avevano una terra, volevano rimanere qui….- -E ora che fanno?- -Vivono con la pensione, coltivano un po’ di terra. Qualcuno ha messo un commercio per i figli.- - Già, ed i figli?- -Vivono con i genitori, lavoricchiano, qualcuno fa il bidello, qualcuno lavora a scuola, altri vivacchiano, piccolo commercio, ambulanti, piccoli artigiani…… ora qualcuno fa anche l’operaio!- E il tono del vigile era quello che si usa quando c’è orgoglio.- Allora c’è molto andwerks…. artigianato, handel…commercio??- -Sì, ma tutte imprese piccolissime, quando c’è da fare un lavoro un po’ grosso si ricorre alle imprese di fuori. Campare per non morire. Capisce?-
Al mare la situazione non migliorò, tanta gente, tante macchine, ma senza verde, senza alberi, senza un viale per passeggiare lontano dal traffico, tutti ammassati in una piazzetta assediata dalle auto. E l’albergo? Caro come un cinque stelle, come l’Hayat di Colonia, ma di infimo ordine e servizi. E il ristorante? Trentatre euro per un pallido spaghetto alle cozze, una frittura surgelata, una bottiglia di vino scadente, mezza minerale ed una fetta di anguria.- - Oh mein Gott, dove sono tornato? Io con questo prezzo faccio mangiare bene due persone.-
Giuseppe passò la notte agitato, vuoi il caldo, vuoi le zanzare, vuoi la frittura ed il vino di pessima qualità…. Diavolo, il pesce si mangiava meglio a Colonia! Ma quello che lo stringeva alla gola era la delusione, la rabbia per la delusione. - Menomale che non è venuta la mia dolce Linde-pensava. Che figura avrebbe fatto! Gli aveva sempre raccontato delle bellezze del suo Salento immaginato. Così la mattina si alzò di buon ora e si mise a guardare un mare fermo che sembrava di vetro. Il panorama era veramente bello, le barchette dei pescatori, le luci, la pineta laggiù, aldilà dell’insenatura, l’odore del sale, dei capperi, dell’erba di mare. Ma nella strada vi erano cassonetti pieni e traboccanti buste di ogni tipo, cassette di birra, gusci di cozze per terra, mosche. Scosse la testa. Alle otto il vigile gentile ed ospitale lo avrebbe riportato in paese.
Così fu. Volle andare al cimitero a piedi, rischiando più volte la vita perché non c’era un marciapiede. Quando mai non c’è un marciapiede che porta dal paese al friedhof, al camposanto? Il Camposanto lo trovò allargato, quello sì. Ma desolatamente senza verde. Sembrava un quartiere di quella città fatto in scala. Ormai si era abituato ai verdi giardini dei friedhoffen nordici. Qui sistemò le pratiche dei nonni; si trovò con il cugino, ma l’atmosfera rimase fredda: ormai erano proprio estranei. Vecchi rancori e nuova invidia avevano cancellato ogni parentela.
Voleva però trovare qualche suo amico, qualche suo compagno. Si avventurò per la strada principale facendo equilibrismo su marciapiedi stretti, sconnessi ed infestati da pali di ogni tipo. Certo che negozi ora ve ne erano tanti, molti di più rispetto a trent’anni prima. Ma che disordine, che improvvisazione, che brutti prospetti. E questa era la strada principale. E il traffico? Indecente! Ognuno faceva i propri comodi, senza regole, senza rispetto per gli altri. Quello che prima aveva suonato alla macchina ferma ora si fermava a sua volta per parlare dal finestrino. Pensava alle multe che avrebbero preso a Koln. Giuseppe si era proprio dimenticato di come si viveva da queste parti, quale rumore ci fosse in paese, quale assenza di regole. I motorini! Quanti! In Koln non ce n’erano proprio. Moto grosse sì, ma motorini no. D'altronde se qui bus non ce n’erano……marciapiedi neanche…..Piste ciclabili? Ma che! E tutti i ragazzini senza casco. Ma sono pazzi?
Giuseppe ebbe la strana sensazione di non essere parte delle scene che stava vedendo, ma si sentiva come al di qua di un acquario, con le prospettive schiacciate, con il senso dell’estraneità. Lui, ormai, non era più parte di quel mondo chiassoso, caotico, disorganizzato. Lo ricordava un po’ migliore. Lo ricordava con nostalgia. Succede quando la distanza ammorbidisce i ricordi e stempera i lati negativi. Ma ora si stava innervosendo. Voleva scappare. Entrò in un bar per un bicchiere di wasser. Lì, finalmente, intravide una sagoma familiare: Maurizio, suo compagno di scuola e attaccante nella Virtus della Parrocchia di San Girolamo, stava bevendo un caffè. Lo riconobbe nonostante i pochi capelli bianchi, nonostante i chili in più. -Maurizio!- - Giuseppe Greco!!!!!- Gli rispose l’amico dopo un attimo di disorientamento. E furono abbracci e pacche, come se trent’anni non fossero passati. - Ma ce faci, quando si riatu, ddhro stai, quandu parti? Llete ddhri chiali e fà ti eciu…. - Giuseppe si tolse gli occhiali e riassunse le tante risposte.
- Dimmi tutto!- E Giuseppe raccontò i suoi trent’anni in due minuti. - Bravo, bravo Giuseppe mio…. Ti ricordi quando giocavamo per la Virtus? Ah?! Ti ricordi ‘na gazzosa pi ogni gol? Ce tiempi! Io mi sono laureato, insegno lettere, mi sono sposato con una collega. No, non la canosci, è di Collemezzo…. Anna la lasciai quando ero all’università, pure lei si è sposata…. Ma se la vedi ora, ingrassata, nu culu tantu…. piccatu! Maria, te la ricordi Maria tua? Si è sposata con Claudio Moro, no’sai?… Sempre bella è rimasta, i capelli tinti…sì, ma sempre beddhra! Ma pircè porti ddhri chiali?- -Non sono più abituato al sole….- - Eh, ddhra parte bi lu sunnati, stu sole! Ti è piaciuto ritornare, eh? Hai visto quante novità, quanti bar?- -Senti Maurizio, la verità: io pensavo che qui, dopo trent’anni fosse cambiato qualcosa in più, che l’Europa fosse arrivata anche qui. Ho visto la Germania dell’est, ho visto la Repubblica Ceka…., la Polonia. Erano peggio di noi e, in pochi anni…. ora sono come la Germania…Tutti cercano di migliorare le loro città, di conservare un’identità, di privilegiare il confort. Ma qui il poco che è cambiato non va nel verso giusto. Perché? Ce sta faciti?- - Niente, non facciamo niente. O meglio: stanno vedendo di migliorare, di fare, di recuperare il tempo perso…… Qui, però, per cambiare bisogna combattere contro dei pregiudizi tosti… delle mentalità antiche che hanno perfino certi giovani…. contro le consorterie dei partiti. Ti ricordi quando si giocava a “patrunu e sotta”?- - Sì. Eccome se no mi ricordu!- -Bene, qui è rimasta quella usanza: se non ti inchini a patrunu e sottapatrunu no’ po’ bivire, e senza contare “tacchi” e “femmine prene”! Quindi, io, che campo di stipendio, che non devo niente a nessuno, mi sto bello bello. Fazzanu ce bolinu… ce mi ‘ndi fotte? Ci mi la face fare? Dici ca m’aggiu mintire cu fazzu sangue acido? Tantu so’ sempre li stessi, mi capisci? Questi nuovi saranno anche brave persone, amici… per carità! Ma il metodo, la mentalità dei dinosauri rimane……Sì, sì… vogliono cambiare pure loro ma….. il passato ritorna! I danni fatti non sono facilmente riparabili. Guai a farlo notare, sai!!! E non si ascolta, non ci si apre alla società, rimane sempre tutto in mano ai soliti, sempre le stesse trapule, mi capisci? Le regole del gioco sono sempre quelle: o con noi o contro di noi- - Sì, ti capisco ma non ti condivido. Se tutti fanno come te non c’è ricambio, non c’è opposizione…Critichi ma non agisci! La colpa allora è della nostra generazione, In questa generazione di cinquantenni….invece di cambiare, di migliorare, vi siete lasciati sovrastare, legare… ricattare… Ma come…. tutti voi, pieni di vita…? In trent’anni non siete riusciti a sostituirvi ai vecchi?- - Ha stare cu sai, Giuseppe. La faci facile tu, a Colonia. Tu te ne sei andato. Qui se parli ti tagliano i panni addosso, ti stroncano, ti bersagliano, egemonia e detenzione del potere, io mi posso mettere di perdere la faccia? Quelli dei nostri coetanei che si sono messi in mezzo lo hanno fatto per trovare un posto, un impiego, un avvicinamento, sono tutti succubi….. o riconoscenti- - Ma che dici Maurizio? Non ti conosco più! Non posso credere che non ci sia nuova forza, energia giovanile, voglia di mettersi al passo. Tu eri pieno di vita, eri ribelle, già alle medie il professore Ciccardi ti chiamava descamisados, ti ricordi?- - Poi si cambia, per sopravvivere, Giusè, chi me lo fa fare? Sto bonu a casa mia e lascio che chi vuole si divida la città. C’è chi fa qualcosa per migliorare, è vero…. Mo vediamo se ci riesce. Poi se ne parla.- - Ma così non fate mai passi avanti! Perché non gli date una mano?- - E ce bo’ faci?!- - E i tuoi figli?- - Andranno fuori a lavorare, pure loro. Tu non hai fatto fortuna lontano da qua?-
Giuseppe stava male, si sentiva tradito anche dall’amico, l’unico che aveva incontrato lo aveva deluso. Continuarono a parlare; passarono in rassegna gli amici di trent’anni prima: chi emigrato al nord, chi militare di carriera, chi disperso fra le cose della vita, qualche commerciante, qualche impiegato, un paio morti…. Già a cinquant’anni ci sono pure amici morti.
Giuseppe si intristiva, cercò di cambiare discorso: - Ma perché, Maurizio, qui le donne non vanno al bar?- Gli venne spontanea la domanda.- E che devono fare, al bar?- rispose Maurizio. Giuseppe capì che ormai dalla sua terra natia lo separavano ben più dei pur tanti chilometri di treno. - Senti, Maurizio, stasera parto… mi vorrei portare un assaggio, una campionatura di vini DOC di Galetano, un po’ di extravergine… dove li trovo? Sai, vorrei vedere di inserirli nella mia carta dei vini, nel carrello degli oli……invece dei soliti italiani….mi farebbe piacere!- - Non li trovi. Qui non sono DOC né extravergini, trovi quelli dei paesi vicini.- - Ma come, ancora non c’è il DOC? Neanche il DOC?!- - Sì, tanto a che serve? Per quello che ci beviamo noi….- Un’altra coltellata trafisse il cuore di Giuseppe. Lui sapeva che senza marchio in Germania non si vendeva niente. E sapeva pure quante migliaia di euro lui spendeva per i vini e gli oli italiani di qualità. Ma la conversazione si dovette interrompere, Maurizio doveva andare a scuola. Si salutarono tra promesse di visite e di telefonate, scambio di numeri, indirizzi, penzabbieni e ancora pacche e pizzicotti.
- Partire è meglio che morire- pensò mentre gli scappava un mezzo amaro sorriso. Partì la sera stessa. Si fermò la mattina a Rimini a salutare un ragazzo che aveva fatto il pizzaiolo da lui. Da lì prese, nel primo pomeriggio, il treno che arrivava a Milano alle 18: 55, giusto per la coincidenza per Dortmund e, quindi per Koln. Tutto preciso, tutto programmato, tutto tedesco. Aveva appuntamenti importati tre giorni dopo a Dusseldorf, altre iniziative, altre idee… altri affari. Voleva arrivarci fresco e riposato. E voleva al più presto ritornare dai suoi bambini, a casa sua.
- Auffidersen a mai più, Galetano- Pensò salendo sul bus che lo portava a Lecce, anche se una tristezza gli stava sprofondando lo stomaco, bagnando gli occhi e sciogliendo il cuore.
Era sentimentale Giuseppe, come tutti gli Italiani, ma ora la sua casa era a Koln, là dove anche la cattedrale respirava, qui sembravano tutti morti e non se ne erano nemmeno accorti.
Sul bus, due giovani studenti seduti dietro di lui parlavano entusiasti dei loro progetti, di come cambiare il mondo, di come organizzare una serata, di cosa scrivere su un giornale.
Giuseppe, guardando dal finestrino i filari di olivi che correvano via, sospirò: - Allora c’è ancora speranza.-
Ogni riferimento a luoghi, cose, situazioni e, soprattutto, persone è assolutamente casuale.Tutti i nomi sono inventati.


SBAM dice:
QUESTA SERA FESTA BUD WEISER AL GUADALAJARA CAFE'
MUSICA DAL VIVO CON IL BUON VECCHIO COMBO "NUOVA DIMENSIONE"
MAGLIETTINE BUD ,CAPPELLINI E GADGET DI OGNI FORMA...........................................!!!!!!!!!!
INGRESSO LIBERO ,START H22,00
P.S. UNA CASSA DI BIRRA BUD GRATUITA A CHI.......................................
Guadalajara è sulla S.P. GALATONE - S, MARIA AL BAGNO
| Flag | Coat of arms |
NIGER
Vuoi vedere che dopo il successo del
Salento- Africa
col Cinema del Reale
il nostro Sindaco ce lo soffiano a Niamey?
Tutti ne parlavano bene, ieri sera.
Abbiamo imparato in questi giorni che anche la ci sono faide politiche;
ci sono suprestizioni degne di Wanna Marchi;
c'è una religione che invade la sfera pubblica;
la bella - mamma quanto era carina ed aggraziata!- rappresentante femminile ci ha detto che anche là non si rispettano gli orari.
Mi pare che là si possa trovare benissimo.
Non nascono Margherite in Niger!
In subordine c'è l'UNESCO che ce lo può portare via.
Il rappresentante Giulio Cesare Giordano mi è parso anche lui contento del nostro Sindaco.
Insomma, caro Luigi, fai con tutti bella figura. Gli unici che non ti apprezzano sono i tuoi amici di partito.
Pensaci.
NEMO PROPHETA IN PATRIA
(direbbe un tuo assessore)

Nel dibattito in Parlamento col ministro degli Esteri Massimo D'Alema il capogruppo di An, Ignazio La Russa, ha replicato:
«Il suo eloquio è da consiglio comunale di Gallipoli».
Immagino che i Gallipolini e tutti i salentini dovrebbero sentirsi un tantino offesi.
Certamente la frase non era di plauso per la cultura politica di Gallipoli.
Chissà come faranno i Consigli Comunali a Paternò?
Saranno molto più alti di quelli di Gallipoli o di Galatone.
Con Ignazio ci si può scommettere.
-Dopo la spendida serata di ieri sera, ancora ci aspetta il CINEMA DEL REALE.
Ieri è stato veramente interessante.
La qualità dei documentari, il loro valore storico, la presenza di cotanti autori dal vivo pronti a parlarci di episodi e trucchi, di avventure e sentimenti.
Alta qualità culturale e di spettacolo.
Buonissima affluenza di pubblico qualificato da tutto il salento.
Moltissimi turisti interessati.
Galatone, al di fuori dalla Piazza Crocifisso, spenta, vuota. Nessuno che approfitti di tanta affluenza esterna per fare qualcosa...... Peccato. Gli anni scorsi c'erano altre manifestazioni aperte.
TANNE PANE A CI NO TENE TIENTI!
Comunque......... ARIDATECCE ER TORO!
Senza un punto di sosta, di ristoro, senza uno spazio per il relax si perde mezza bellezza di queste grandi notti di cinema e socializzazione.
Dice che la "cosa" è più seria. Sarà. A me pare un po' un mortorio.
Pure nel Louvre ci sono i bar!
Notavo: ho incontrato più amici forestieri che di Galatone.
Potrebbe essere un bene.... ma non la prendo così.
So che a Galatone ci sono 450 circa "docenti" di vario ordine e grado.
Mettiamo che il 50% sia al mare (che esagerazione!); mettiamo che il 50% della parte rimanente sia momentaneamente impossibilitato.
DOVE SONO I RESTANTI ALMENO CENTO "INTELLETTUALI" di questo paese del caxxo?
INTELLETTUALI SOLO IL 27 DEL MESE?
SE SONO CATTIVO A PENSARLO SMENTITEMI CON LA PRESENZA!
Six girls from a rural village in Burkina Faso escape from a 'purification' ceremony, the female circumcision ritual that is still practiced in 34 of the 58 nations in the African Union. Two head for the city. The other four know of a woman in the village who, some years earlier, had prevented her own daughter from being cut. They run to her home, where she is the second of three wives of a man whose brother is a figure in the town's power structure. To protect them, she pronounces a moolaadé, an unbreakable spell of sanctuary that can only be dissolved by her word, and which is marked simply by stretching some colored strands of yarn across the enclave's doorway.
This is the narrative set up of Ousmane Sembene's latest film, Moolaadé, which had its Philadelphia debut in a packed (literally sitting in the aisles) auditorium at the International House cinema last week. How will the townspeople react to this open rebellion against female genital mutilation? How will the men who govern the town respond? What about the women who actually perform these ceremonies, presented in the film virtually as a coven of witches dressed entirely in red? And, especially, what about the town's other women? Will Collé Gallo Ardo Sy recant the mooladé? Will the village ever again be the same?
All these questions are literally put on the table in the first ten minutes of this remarkable motion picture, beautifully filmed & amazingly acted, full of agitprop theatrics & yet as tightly & deeply scripted – I mean this literally – as any Shakespearean tragedy. That's a combination that is uniquely the signature of Africa's master film maker, Ousmane Sembene.
Had Sembene not been drafted into the French army in his native Senegal at the age of 15 in 1939, he might not have joined the Free French forces fighting the Nazis in '42 & thus might not have ended up after the war in France, working on the docks in Marseilles, where he wrote and published his first novel, Le Docker noir in 1956. It was not usual in the 1950s that a man of his class background in Senegal – not a member of any tribal elite – even learned to read, let alone became a critically & financially successful intellectual on a world scale. Which must be why Sembene made a conscious decision to study film at the All Russia State Institute for Cinematography founded by Eisenstein & at Gorki Studios in Moscow. In 1966, three years after returning to Senegal, the then-43-year-old Sembene released La Noire de . . ., the first feature-length motion picture produced in Sub-Saharan Africa. His films, which can stand up alongside the best of Bergman, Kurosawa or Godard, are intended for audiences who will see them sitting on dirt floors in African villages.
Feminist themes are common in Sembene's work. Ceddo, my favorite of the three earlier pictures of Sembene's that I've seen, looks at Islamic imperialism in Sub-Saharan Africa precisely in terms of what it meant for the role of women in the tribes. Colonialism, contemporary issues of globalization, modernity & identity are all heightened when viewed through the lens of gender relations. Addressing one must mean addressing all & nobody is in a better position to do so than someone whose identity is both defined & constrained by her gender. On a continent where the ratio of resources to human beings would render an economic determinist suicidal, Sembene has come up with a particularly radical prescription – the path through globalization has to proceed through feminism first.
'The West is never my reference,' Sembene says in the Q&A period that follows the picture. He's explaining why it's not a problem that his work tends to be put into a third-world ghetto at European film festivals, even though it plays to packed houses, enthusiastic audiences & consistently wins prizes. Moolaadé, for example, won the Un Certain Regard award this year at Cannes & was relegated to the Planet Africa series at Turin.
Yet, in fact, Moolaadé is very much about the confrontation of rural Africa with the forces of globalization. The girls who flee their mutilation do so because they've seen the consequences – dead sisters, maimed women – up close & personal. The city – urbanization – is the refuge that two seek (and when they don't get there, the consequences are grave). The men in the village respond first by banning radios – one sees here an economy that built around bread and the access to batteries – which are piled outside of the local mosque (where they are left on to play music & some news throughout the entire film up to their climactic scene). When tensions & actions escalate & the men in the village coerce Collé's husband into whipping her in public, the person who steps in to stop the violence is the itinerant shopkeeper, Mercenaire, expelled from the military & living by cheating everybody with a smile in return for his shiny western goods – batteries most of all – who steps in to protect her. And when, finally, the women of the entire village, save for the mutilating witches, revolt against the men, it is the French-schooled son of the chief who lets it be known that he not only is willing to marry a woman who is bilakoro, uncircumcised, but will go beyond the ban against radios, even to the point of having television. What ultimately rescues the women is not just courage & solidarity – the victory comes at a heavy cost – but modernity itself. It is precisely the inability of the village to seal itself off from the influences of history, whether in the form of TV, radio, condoms or AIDS posters, that the women's victory will not be overturned.
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VHS, DVD and 35mm
61 minutes, 1998, Mali
Director: Abderrahmane Sissako
in Bambara and French with English subtitles
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La vie sur terre is one of the most searching and at the same time poetic meditations on Africa at the beginning of a new millennium to have appeared in any medium. It was conceived as part of 2000 Vue Par, a European television series which invited ten outstanding independent producers to imagine the last day of the present century in their own countries. Sissako's specific challenge therefore was to make a film about the significance of the start of the 21st century for people still struggling to enter the 20th; in other words, to show Africa's simultaneous connection to and isolation from modernity, our so-called Information Age. His solution, the most innovative and critically admired of any of films in the series, was to improvise a "fictional documentary" out of daily life in Sokolo, his father's village in Mali near the southeastern corner of Mauritania. He then overlaid these vignettes with readings from Aimé Césaire, locating them within the poet's critique of the relationship between metropole and periphery. Behind all of this, he weaves the melancholy tones of the great Malian tenor, Salif Keita.
At the outset, Sissako is mindful of Césaire's stricture: "Do not assume the sterile stance of a spectator/ For a screaming man is not a dancing bear." He brings the same ironic self-awareness to this film that he demonstrated in Rostov-Luanda. Sissako (or his alter ego Draaman) appears everywhere in the film riding through the town's maze of mud brick streets on his bicycle - although he does not seem at all deliberate about where he's going, looping back onto himself. Sissako deliberately avoids imposing a false chiliastic narrative on the quotidian life of Sokolo, by constructing his film out of loosely scripted fragments and incomplete story threads. Nothing is neat; life in Sokolo is not "Y2K compliant."
The film's dominant visual motif is leisurely, even lugubrious shots of anonymous people making their way slowly across the boundless savanna or through the dusty streets. Sissako here is reminding us that for much of the world's population "life on earth" is still conducted on foot, by donkey cart or bicycle. Life in Sokolo is a far cry from the 21st century trumpeted in the West where the Information Superhighway moves everything in nanoseconds. This is the terrestrial reality which too often is ignored in virtual reality.
Yet, for so remote a place, Sokolo maintains remarkably close ties to the larger world. Everywhere one looks there is a radio, worn almost like a piece of apparel. Letters and remittances from Europe constitute the town's economic life blood. Evidence of global pop culture permeates the town. Yet this communication is very one-sided. Radio France reports on the millennium with its own brand of perky but superficial universalism. The town's "homeboys" idle away the morning listening to the broadcast only moving their chairs to escape the creeping sun. In contrast, the antiquated local radio station, appropriately named Radio Colon, offerss alternative coverage, readings from Césaire's Discours sur Colonialism.
Sokolo's desperate attempts to maintain contact with the rest of the world are focused and frustrated at the local post office, the busiest place in town and site of its sole telephone. Symbolically, when Sissako/ Dramaan finally receives a call from Paris, the postmaster must hobble across town on crutches to fetch him. "Reaching people is always a matter of luck," the postmaster comments - but he may also be speaking for the filmmaker about the likelihood of successful cross-cultural communication. In an interview Sissako has said, "More important than the message itself is the act of wanting to communicate."
Nana, a beautiful young woman has waited all day to get a call through to her boyfriend Bai in a nearby town. (Sissako "discovered" her character when she accidentally bicycled into a shot and then incorporated her into his improvised script.) Exasperated, she gives up on telecommunications, simply gets on her bike and disappears in the film's final shot into the distance in pursuit of her own destiny. Throughout the film her evasions of the director's mild flirtations could be interpreted as Africa's refusal to abandon an independent course to be part of anybody's story.
In La vie sur terre, Sissako is not simply asking that we remember to include an impoverished, "backward" Africa in our overview of the world at the turn of the 21st century. Nor is he simply lamenting the immense and growing technological inequalities between North and South. He is insisting that Africa has a role of its own to play in the unending work of human transformation. "Europe has fed us lies," Césaire says, "For it is not true that Man's work is done."
"You know it is not hatred of other races
That makes me the plowman of my own.
What I want is universal hungering, universal thirsting.
My ear to the ground, I hear tomorrow pass."
Africa's real potential cannot be filmed in the dusty streets of Sokolo, nor will it be prefigured in the avenues of Paris or New York, it can only be discovered in the deepest aspirations of the poet, the filmmaker and the people. Sissako through this film has added Sokolo's voice, however distant and distorted by static, to a continuing conversation about what the 21st century will become
Rancontre Tunk de Gorée. In Gorée Island of Sénégal some filmekers,producers and others. make the kind of pithing wich we call now Tunk.
Nominations & Awards
Filmography
Le Chasseur Du Vent
(The wind hunter)
(Documentary, Director, Producer)
52' Minutes, 2005, NIGER
Short Content:
The wind hunter is a life of Thikama. He is a thief of Zinder's sultan's traditional army. But Thikama never hute. This man live in two times; now and in the pass.
Production Company: Les Les Films Du Kutus
Projects
Age: 27
Address
Malam Ibrahim Malam Mahaman Mahaman Saguirou
103, Avenue du Damergou
BP: 166, Niamey
NIGER
OGGI:
NUOVA DIMENSIONE + HIGH VOLTAGE
LIVE IN
TORTUGA BAR
(ZONA REGGIA NEI PRESSI DEL RISTORANTE)
INGRESSO LIBERO START H 22,00