MIO PAESE, COSÌ SGRADITO DA DOVERTI AMARE. V. Bodini . "La vera libertà di stampa è dire alla gente ciò che la gente non vorrebbe sentirsi dire". (George Orwell) Giornalismo è diffondere ciò che qualcuno non vuole si sappia, il resto è propaganda (Horacio Verbitsky)

Titolo: Cara Democrazia
Con santa pazienza
Ho dovuto aspettare
Con quanta buona fede
Sono stato ad ascoltare
Cara, cara democrazia
Sono stato al tuo gioco
Anche quando il gioco
Si era fatto pesante
Cosi mi sento tradito
O sono stato ingannato
Mi sento come partito
E non ancora approdato
Sento un vuoto
Sento un vuoto al mio fianco
E nessuna certezza
Messa nero su bianco
Con benedetta arroganza
Sono stato avvilito
Con quanta leggerezza
Sono stato alleggerito
Cara
Cara democrazia
Cara gemma imperfetta
Equazione sbagliata
Non scritta e mai corretta
Devotissimi della chiesa
Fedelissimi del pallone
Nullapensanti
Della televisione
Siamo i ragazzi del coro
Le casalinghe sempre d'accordo
E la classe operaia
Nemmeno me la ricordo
Democrazie pubblicitarie
Democrazie allo stadio
Democrazie quotate in borsa
Fantademocrazie
Libertà autoritarie
Libertà ugualitarie
Democrazie del lavoro
Democrazie del ricordo e della dignità
Ahi che pessime orchestre
Che brutta musica che sento
Qui si secca il fiore e il frutto
Del nostro tempo
Sono giorni duri
Sono giorni bugiardi
Cara democrazia
Ritorna a casa che non é tardi
Non sai con quanta pazienza
Ho dovuto aspettare
Non sai con quanta buona fede
Sono stato ad ascoltare
Sono giorni duri
Sono giorni bugiardi
Cara democrazia
Ritorna a casa
Che non è tardi.



BALLATA TI CARNIALE.
Anche se ete triste,
cquandu spiccia nà cosa,
tocca puru cu ll’ammettimu,
ca stà nnì dispiace,
ca, crai, ete, l’urtimu ggiurnu ti carniale.
Gghè cquasi nà libberazione,
pi cquiddhri,
ca nò capescinu la canzone,
e nnò fisteggianu istuti,
ti purcinella o bballanzone.
A cquiddhri ca si ccumpagnanu,
cu lla cunvinzione,
ca a lla fine ti li cunti,
nienzi pote cangiare,
mancu se cunti a totte l’ore.
N’c’ète poi, ci lu pignulu ti n’dora,
face cu ssienti ca nò n’ete mara la cicora.
Ti offrinu chiacchere e nnà mangiata,
intra cquarche cantina picca ll’uminata,
mentre ui spirati, ancora a lla furtuna
e ccu l'occa perta stati.
Ma lu ggiustu bbrucia,
e nnu piezzu ti pane ca sì lassa muzzicare.
La parola..... e ccomu na cosa tòce,
ca tutti usamu,......
...... pi lla solita ragione............




Lu core
Lu core stà mmi tole, stò cittu.cittu,
cu fazzu sintire, a ccì ole, lu tulore.
Stò cittu, cittu,
mentre sentu cuntare ti pulitica, a lla televisione.
Stà tremulanu puru li muntagne,
lu mare sè alteratu,
lu cielu sè umbratu.
Ma l’italiani nò bbetinu,
cquiddhru ca lu nanu,
paru cu lli cumpari sua a ccumbinatu?
A ddhrò stae l’orgolliu, la fierezza,
e llu carattere ti li cristiani?
Intra la sterna forse, sè mminatu?
Ddiscìtabbe, ca stà rria lu mumentu,
cu cangiamu, cu mmintimu fine a stu turmientu,
cu ffacimu spiccia st’oppressione.
La spiranza nò nnà bbandunare,
imu ffare a mmotu, cu bessa l’urtima a murire.
Ci òle difende la famiglia sua,
li conquiste sua,
ca cu lli suturi sè guadagnatu,
no n’ete nè banditu e mancu criminale.

Nu ecchiu’amico
Nu corpu ti jentu,
tra l’arbuli ti nanzi a ccasa,
ni sconza li capiddhri,
si cotula puru la luce m’pesa cquà ffore.
E'rde, simu n’turniciati ti èrde,
la mendula ca stà ffiura,
e nnui sittati a n'terra,
comu cquandu erame agnuni.
Cquandu cu lla sicaretta a mmanu,
ni sintimme randi,
ni chiamavanu, ma nui nò scìmme,
fumamme.
No ssimu chiùi li stessi,
lu tiempu e passatu,
anche se, cquandu ti ecìu,
mi ricordu lu passatu,
cquiddhru ca mi rrimane ........

Se non fosse un dialogo sulla laicità, si potrebbe dire "parole sante".




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''La Puglia può diventare per le energie rinnovabili l'Arabia Saudita dell'Italia": ne è convinto l' economista americano Jeremy Rifkin, presidente della Foundation of economic trends secondo il quale è necessario ''cambiare le nostre fonti di energia e puntare sull'idrogeno".
E in Puglia, per Rifkin si può: sole, vento, residui dell'agricoltura sono risorse di cui il territorio è ricco. Un'idea che piace al presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, tanto da annunciare, in un recente incontro con i giornalisti tenuto insieme con l'economista americano, che il piano energetico regionale in corso di elaborazione punterà a favorire le energie rinnovabili per cercare di andare ''verso un progressivo abbandono della dittatura del petrolio". Rifkin (nella foto) è stato per la prima volta a Bari per lanciare l'economia dell'idrogeno insieme a Vendola: un incontro con i giornalisti ha preceduto i temi affrontati nel convegno internazionale tenutosi a Bari sul tema ''Idrogeno, energia per la pace''. La conferenza è a ridosso del primo anniversario dell'entrata in vigore del protocollo di Kyoto, che Rifkin ha definito ''una pietra miliare nella storia dell'Umanità, perché pur con tutti i suoi limiti, esso segna il passaggio dalla geopolitica a una politica della biosfera che riguarda l'intera Umanità". "La Puglia - ha sostenuto l' economista americano - dispone di risorse ambientali, geoclimatiche e naturali sufficienti a generare tutta l'energia di cui essa ha bisogno e, dunque, può essere una delle prime regioni al mondo che, sull'esempio della California, realizza la 'exit strategy' dal petrolio, raggiungendo la piena indipendenza energetica". ''Si tratta solo - ha aggiunto il fisico Nicola Conenna - di fare le scelte politiche giuste sul piano della politica energetica ed economica". L'idrogeno, secondo Rifkin, grazie semplicemente all'acqua e al calore, ''può portare una rivoluzione sia sul piano della comunicazione sia sul piano dell'industria". Perché in effetti, secondo gli studi compiuti, in futuro l'energia proveniente dall'idrogeno potrà diventare interattiva con Internet per l'uso del pc.''E quando ci saranno milioni di celle combustibili collegate in rete ci si potrà scambiare energia nella stessa maniera. ''Non vi è dubbio - sostiene Rifkin - che il futuro della nostra civiltà dipenderà dalla nostra capacità di abbandonare rapidamente l'era del petrolio, petrolio che crea crisi nel mondo, che crea indebitamento nei paesi poveri, che crea il surriscaldamento globale". Ecco perché la Puglia, anche in virtù della sua posizione geografica di regione proiettata verso il Mediterraneo, si candida a diventare sito di eccellenza per lo sviluppo delle fonti rinnovabili e per la ricerca sulla produzione dell'idrogeno. Intanto sono già oltre 400 i comuni italiani che hanno investito sulle fonti rinnovabili, dal solare, all'eolico, dalle biomasse, alla geotrermia e al mini-idroelettrico, che si alimentano già oggi con energia al 100% rinnovabile. Tra questi, vi sono Selva di Val Gardena, Cirigliano, Calto e Lagundo, Varese Ligure, Corteno Golgi, Brunico e Strongoli, Pomarance e Monterotondo Marittimo, ecc. E' quanto risulta da una prima mappatura delle fonti energetiche rinnovabili nel territorio italiano realizzata da Legambiente attraverso un questionario inviato agli oltre 8.000 comuni della penisola. |
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| 23 febbraio 2006 | ||||||
http://newton.corriere.it/PrimoPiano/News/2006/02_Febbraio/20feb/jeremy.shtml


| NUOVA ITALIA (Parole di R. Kunstler / Musica di S. Cammariere) |
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A proposito di Carnevale:
Quest'anno, dopo decine d'anni, non si ballera più con la SOCIETA' OPERAIA.
Il fatto è epocale, segna veramente la fine del divertimento carnevalesco fatto di mazurche, quadriglie e walzer, brindisi al bar con la dama, coriandoli e risate.
Le più belle feste da ballo di tutto il paese, la tradizione più duratura e sentita si scioglie tra i lacci e lacciuoli di una legislazione troppo severa per questi eventi eccezionali.
Chi non è stato mai ad una festa di carnevale della Società Operaia non può capire che cosa si sta perdendo: divertimento allo stato puro e coinvolgimento disinibito!
Il periodo dei VEGLIONI degli anni cinquanta, sessanta e settanta si concluse nel 1976 con il famoso veglione di Peppino Gagliardi e il mitico scontro a pugni ( e non solo) con i mafiosi di Galatina. Peppino cantava imperteerrito e impassibile "come le rose anche tu..." mentre nel Cinema Orfeo centinaia di uomini si prendevano a pugni come in un film di Bud Spencer.
Finirono le grandi feste, le grandi attrazioni musicali ma continuarono i sodalizi come il Circolo Cacciatori, la Juve Club e la Società Operaia a fare feste private. Le feste "bene" del Circolo Cittadino e le ghiottissime mitiche pentolacce erano già finite da tempo.Ma le migliori sono state sempre quelle della Società.
Il poter ballare sempre nelle discoteche ha rotto l'incantesimo delle feste di Carnevale aspettatate per un anno, il corteggiamento delle ragazze, gli appostamenti, e gli appuntamenti, gli inviti timidi e i rossori, i coriandoli attaccati alla pelle sudata, i piedi stanchi, la musica dei cantanti e dei complessi dal vivo, le miss e le reginette elette a forza di blochhetti venduti da fidanzati, corteggiatori, e padri in cerca di genero.
E le luci ad ultravioletti che facevano i denti azzurri e rivelavano la forfora sulle giacche scure, e le prime palle a specchi, e le bombolette ad ultravioletti, ed i pannelli di polistirolo usati per fare scenografia ed addobbo.........
Quante persone si sono fidanzate ai Veglioni. Quanti ragazzi poco più che ventenni devono la loro vita a quegli incontri galeotti.
Non farle più è proprio il segno di un'era che è scomparsa.
Le cose buone che spariscono.
Peccato.



CARNIALE
E gghè rriatu carniale, ci stae bbonu ci stae male, mò tutti l’imu ccuntintare,
ci cu lli sordi ci senza ma tutti cqquai iti stare, ea lla fine miti puru pirdunare.
Tutti cquiddhri ca cumandanu a Galatune,
nui imu ringrazziare, ca la chiazza cuperta onu scarrare, e aria noa, n’onu ddare.
Li patruni ti li barra ti santu subbistianu, olinu na villa a purtata ti manu,
ca cquandu li clienti vonu m’briachi e sonu ffummacare addhrà intra onu scire.
E gghè rriatu carniale, ci stae bbonu ci stae male, mò tutti l’imu ccuntintare,
ci cu lli sordi ci senza ma tutti cqquai iti stare, ea lla fine miti puru pirdunare.
Ma nui, ca simu ggente bbona, ville no ndi ulimu, ca se nò, addhra intra, vae ssi ponge lu signurinu, ulimu sulamente cquarche postu, ca a ssanta pace putimu passiggiare e nò imu ttimire,
e ssè m’paccimu cu lla bicicletta imu zaccare petalare.
Cu caminamu alla m’ppete sulamente moi, topu tanti anni, n’dònu zzaccatu cuntare speriamu cu nò bessa naddhrù scherzu ti carniale.
E gghè rriatu carniale, ci stae bbonu ci stae male, mò tutti l’imu ccuntintare,
ci cu lli sordi ci senza ma tutti cqquai iti stare, ea lla fine miti puru pirdunare.
Pi cquiddri cu lli biciclette, strate non dditi ffare, ca sè foranu la rota no lla sapinu ggiustare,
ete mmegghiu cu lla machina cu lli itimu ggirare.
Ci sape cquandu capiti, ca dipendenti ui siti,
e ccà lu populu a ddhrai bbà mmisi e no n’ciole nienzi cu fface bbi n’discinditi.
Nui oramai, tra nnu oi e nnu ai, nimu fatti ecchi e ddi posti ti fatia no n’ddi cuntamu e no n’di spittamu, ma pi lli carusi mai pinzamu?
Mo tice ca onu ffare case, pi tutti li quartieri, speriamu ssi mmanecianu ca nui nò ssimu nati ieri.
Lu pianu reculatore a bbari l’onu mandatu, ea mmare pare sè mminatu, speriamu cu capesca ca a cqquai a turnare.
E gghè rriatu carniale, ci stae bbonu ci stae male, mò tutti l’imu ccuntintare,
ci cu lli sordi ci senza ma tutti cqquai iti stare, ea lla fine miti puru pirdunare.
E stu governu, cu lu nanu ca stae a ccapu, imu puru ringrazziare, ca totte li pinziuni na fattu aumentare, e a lla televione vae ticendu, ca li tasse ni l’ìmu scirrare, ca cquandu encinu li comunisti nì lì facinu pacare.
Mo sè trase lu ladru a casa, paura no n’dimu bbire, ca putimu pigghiare lu fucile e ccu zaccamu sparare, a mmanu lli n’diani imu turnare.
E gghè rriatu carniale, ci stae bbonu ci stae male, mò tutti l’imu ccuntintare,
ci cu lli sordi ci senza ma tutti cqquai iti stare, ea lla fine miti puru pirdunare.
Ca vae puru ticendu, ca lu ponte su messina iddhru na ffare, e cca cquandu passamu, lu culu acqua, acqua na ffare.
Ferrovie noe, ammienzu li muntagne imu costruire ca a rretu no imu rrumanire, cu lli treni fucendu tutti imu viaggiare.
Ma ti tuttu nò bbi pozzu cuntare, ca se nò nu libbru era ffare, cquindi ggiramu paggina e zaccamu liggire.
E gghè rriatu carniale, ci stae bbonu ci stae male, mò tutti l’imu ccuntintare,
ci cu lli sordi ci senza ma tutti cqquai iti stare, ea lla fine miti puru pirdunare.
Architettu architettu tè a ruttu l’organettu, ma sè musica oi cangiare, cu nnui ti n’dà bbinire,
ca nu strumentu nou, nui ti tamu e ssoni ccunzatu, ccunzatu..
A llu sindicu cc’è nnimu ddire, ca a circare cu ssi fazza lliberare, ca ti sobbra lu comune li amici, lu olinu minare.
La giunta purieddhri mia, speriamu a lla fine questa cu rria.
A bbui carusi, ca a nnanzi li barra stati, e cu lla gigomba a m’bocca bbi cutulati,
ititi sè bbi ddìscitati e lli maniche bbi ffurdicati, ca ci spetta ti lu tatu ti mmale testinu e nnatu.
E gghè rriatu carniale, ci stae bbonu ci stae male, mò tutti l’imu ccuntintare,
ci cu lli sordi ci senza ma tutti cqquai iti stare, ea lla fine miti puru pirdunare.
U’i ca su lli pariti la notte scriviti, circati cu crisciti, ca nò passa motu e li pieti, puru ui stinditi.
Topu tanti anni l’olificiu onu trasferitu, a lla strata ti galatina l’onu purtatu, ma pi llu ecchiu ciucheddhri a pinzatu, ca rria straccu cu lli ulie ca a rriccotu e nno bbete la mmachina ca comu nienti la stiratu.
E ttè terrone ca tuttu scrivi,a mmai pinzatu ca a cchiùi ti unu li pampane a cconfiatu e ppena cappi ti la facinu bbitire.
A tutti l’amici ca maggiu scirratu e intra stu sonettu no aggiu misu, a llu prossimu ggiru nì la itimu, speriamu sulamente cu campamu, ma se la musica ui ti sotta la cantina, uliti mmintiti, a nienzi ea scìucheddhri ui pinzati, faciti comu uliti.
Cantamu e fesserie ticimu, ca carniale ni lu face fare, cu lla spiranza ca nò bbiti offendire, ma sulu cu schirzamu imu stare.
E gghè rriatu carniale, ci stae bbonu ci stae male, mò tutti l’imu ccuntintare,
ci cu lli sordi ci senza ma tutti cqquai iti stare, ea lla fine miti puru pirdunare.
A proposito di Storia
La storia siamo noi, nessuno si senta offeso,
siamo noi questo prato di aghi sotto il cielo.
La storia siamo noi, attenzione, nessuno si senta escluso.
La storia siamo noi, siamo noi queste onde nel mare,
questo rumore che rompe il silenzio,
questo silenzio così duro da masticare.
E poi ti dicono "Tutti sono uguali,
tutti rubano alla stessa maniera".
Ma è solo un modo per convincerti
a restare chiuso dentro casa quando viene la sera.
Però la storia non si ferma davvero davanti a un portone,
la storia entra dentro le stanze, le brucia,
la storia dà torto e dà ragione.
La storia siamo noi, siamo noi che scriviamo le lettere,
siamo noi che abbiamo tutto da vincere, tutto da perdere.
E poi la gente, (perchè è la gente che fa la storia)
quando si tratta di scegliere e di andare,
te la ritrovi tutta con gli occhi aperti,
che sanno benissimo cosa fare.
Quelli che hanno letto milioni di libri
e quelli che non sanno nemmeno parlare,
ed è per questo che la storia dà i brividi,
perchè nessuno la può fermare.
La storia siamo noi, siamo noi padri e figli,
siamo noi, bella ciao, che partiamo.
La storia non ha nascondigli,
la storia non passa la mano.
La storia siamo noi, siamo noi questo piatto di grano.
(F.De Gregori)
Semplicemente grande!!!

LA CHIAZZA CUPERTA
Pì tanti anii è stata la chiazza,
la chiazza cuperta,
ti li puirieddhri e ddi li ricchi, ti Galatune.
La ggente si partia ti fore bbàce,
ti santu luca, ti li case ‘armette,
ti sobbra llu ponte e ddi li cupuccinni.
Cìanu li cristiani cu ffàcinu la spesa,
eranu addhri tiempi,
cu cquarchè llira, ti inchianu spurteddhre ti rrobba.
Frutta e verdura ti totte cqualità,
pesce, tantu, ti totte razze,
tantu ca la puzza, la sintii ti lu luntanu.
Iò mi ricordu agnone, li sarcine ti ggente,
stia sempre chinu, cquandu cìi, cìi.
Mi ricordu la sera,
cquandu cìa a ccasa,
a lla bunanima ti nonnama,
la chiazza chiusa,
li luci stutate,
li uci curcate,
li muscie e lli surici, patruni.
Lu progressu nà fattu cù crìscimu,
ti la chiazza cchìui bbisognu nò n’dabbimu.
Li fruttivenduli a ll’anguli ti li strate,
l’imu mandati,
li cicore, m’bilinate mò ccattamu.
Ti lu pesce ete rimastu sulu nu bbancone,
chianu, chianu puru cquiddhru sè n’fucatu.
La chiazza, mò, simu rriati cu lla scarramu,
ti addhre idee e usi,
no m’bulimu n’di sintimu e n’di facimu.
Speriamu sulu, ca nu ggiurnu,
poi no nnì pintimu.