MIO PAESE, COSÌ SGRADITO DA DOVERTI AMARE. V. Bodini . "La vera libertà di stampa è dire alla gente ciò che la gente non vorrebbe sentirsi dire". (George Orwell) Giornalismo è diffondere ciò che qualcuno non vuole si sappia, il resto è propaganda (Horacio Verbitsky)
LAZIO REGIONE GENETICAMENTE LIBERA!
''La Giunta regionale del Lazio ha dato il via libera alla Legge sugli Ogm: su tutto il territorio regionale saranno vietati la coltivazione, l'allevamento e l'uso di mangimi che contengano organismi geneticamente modificati''. Lo annuncia l'assessore all'Agricoltura Daniela Valentini nel sottolineare ''l'ulteriore passo avanti compiuto dall'assessorato regionale, puntando questa volta alla tutela della qualita' della produzione agricola e della sicurezza dei consumatori''.
Arriva un freno alle biotecnologie nel settore agroalimentare anche nella distribuzione commerciale.''Chiunque volesse vendere prodotti con organismi geneticamente modificati - precisa la Valentini - deve esporli e conservarli in appositi scomparti ed informare il consumatore. E lo stesso vale per i ristoranti, che sul proprio menu devono indicare i cibi preparati con gli Ogm. Invece prosegue l'assessore all'Agricoltura - non sara' piu' possibile somministrare questi prodotti in tutti i servizi di ristorazione collettiva, come le scuole, gli ospedali e gli uffici di Regione, comuni e province''.
''Si tratta - osserva la Valentini - di uno strumento volto a prevenire i possibili danni per il sistema agricolo derivanti dalla coltivazione e dall'allevamento di tali organismi. Tuttavia, la nuova legge non contiene solo divieti, ma anche incentivi. Innanzitutto per tutte le filiere produttive totalmente esenti da Ogm, per le quali e' istituito il marchio regionale 'Prodotto libero da Ogm', poi per le ricerche scientifiche finalizzate all'uso e alla produzione di sementi non geneticamente modificati''.
''La normativa sugli Ogm conclude l'Assessore costituisce un vero e proprio cambio di mentalita' a vantaggio del bisogno di un consumo di prodotti sicuri, sani e tracciabili, con la genuinita' della produzione tipica laziale. Ed e' proprio su questa che vogliamo puntare, valorizzandola e commercializzandola, perche', oltre ad essere di qualita', essa rappresenta anche le nostre radici culturali e la nostra storia; una storia legata al territorio e alla sua originalita'''.
Fonte: Ansa (16/10/2005)



La coppia più bella del mondo
di Massimo Gramellini
A qualcuno sembrerà una bestemmia, ma il Benigni celentanato di ieri sera assomiglia tantissimo a Berlusconi. L’approccio compiacente nei confronti del pubblico, per cominciare. L’ingenuo Valentino Rossi aveva appena detto che chi va sul podio è rock, mentre chi sta in platea è lento. Critica sacrosanta del guardonismo televisivo, ma gli spettatori in sala lo avevano fischiato. Il furbo Benigni ha «rockizzato» seduta stante anche i guardoni, fra gli applausi riconoscenti dei medesimi. Non è forse la stessa tecnica seduttiva del premier, operaio fra gli operai, casalinga fra le casalinghe, russo fra i russi e marziano fra i marziani? Poi il comune ricorso alla forma di comunicazione più amata dagli italiani: la commedia dell’arte. Il Benigni che detta una lettera a Celentano, come Totò a Peppino nella «Malafemmena», rimanda ai duetti televisivi dell’era berlusconiana, con Fede e altre spalle compiacenti a reggere il gioco.
Ma la similitudine risplende soprattutto nell’idea centrale del monologo di Benigni, intento a descrivere il premier come se fosse già stato sconfitto alle prossime elezioni. E’, da sempre, la dialettica di Berlusconi: raccontare una realtà virtuale con tanta insistenza e passione da renderla non solo credibile, ma addirittura esistente. Infine, Benigni che fa battute neanche troppo allusive alla bella di turno, invitandola a togliersi i vestiti. Berlusconi non si è mai spinto tanto in là, neppure con Vespa: ma il tono da galletto italico sempre in bilico fra galanteria e «cascamortismo» che usa nel rivolgersi alle donne è identico. B & B sono le due facce della stessa eterna, profonda Italia: simpatica, intelligente, imprevedibile e inaffidabile.
Ma bisogna, giudici, che anche voi speriate bene davanti alla morte e teniate in mente questa verità, che non può esserci male per un uomo buono, né da vivo né da morto, e niente di quanto lo riguarda è trascurato dagli dei; anche le mie vicende d'ora non sono avvenute da sé, ma mi è chiaro che ormai per me morire ed esser liberato dal peso dell'azione era la cosa migliore. Per questo anche il segno non è mai intervenuto a distogliermi ed io personalmente non provo nessun rancore verso chi mi ha votato contro e chi mi ha accusato. A dire il vero, non mi hanno votato contro ed accusato con questa intenzione, ma pensando di danneggiarmi, e perciò meritano di essere biasimati. Tuttavia, a loro faccio questa preghiera: i miei figli, una volta cresciuti, puniteli, cittadini, tormentandoli come io tormentavo voi, se vi sembra che si preoccupino dei soldi e d'altro prima che delle virtù; e se fanno finta di essere qualcosa ma non sono nulla, svergognateli come io facevo con voi, perché non si prendono cura di ciò di cui occorre curarsi e pensano di essere qualcosa senza valer nulla. E se farete così, io sarò trattato giustamente da voi, ed anche i miei figli.
Ma è già l'ora di andarsene, io a morire, voi a vivere; chi dei due però vada verso il meglio, è cosa oscura a tutti, meno che al dio.

"Bologna è una ricca signora che fu contadina:
benessere, ville, gioielli... e salami in vetrina,
che sa che l'odor di miseria da mandare giù è cosa seria
e vuole sentirsi sicura con quello che ha addosso, perchè sa la paura."
(Francesco Guccini: Bologna)

NU PARENTE
Trase ti la porta ti retu,
nò ttène lu curaggiu cù trase ti nanzi,
scusu, scusu, passa prima ti intra la cucina,
poi ti intra lu salottu,
vae puru, intra lli cambare ti li agnuni, li saluta,
prima cu rria intra la cambara ti liettu mia.
Ete unu ca è bbinutu, cu cerca nu favore,
ole lu votu, pi nnù signore.
Cquantu tiempu a passatu a ccasa mia,
maggiu scirratu, sulu mi ricordu ca era scurutu.
Cquandu maggiu discitato,
ma tittu ca era straccatu,
ni tissi, cù nnò ssì proccupa,
ca cquiddru ca era fare, la ffattu,
ca cquiddru ca era ddire, la ddittu.
Mi salutu ringranziandume dicendu :
bbona sera a ssignuria e nà santa notte.
Cquasi, cquasi, no n’ci creu, mancu iò stessu,
ti comu sì ccuntentanu, ti cusì picca,
li cristiani ti lu paese mia.
È stato pubblicato il 5° volume della collana dei
"Quaderni degli Archivi
Diocesani di Nardò-Gallipoli":
Francesco Danieli
Il rito greco a Galatone.
S. Francesco d'Assisi in un codice bizantino del sec. XV,
Mario Congedo Editore, Galatina 2005.
L'opera è disponibile in tutte le librerie.
Per usufruire dello sconto del 20% può essere richiesta
presso la libreria "Il Sicomoro" del Seminario Diocesano.
Il volume sarà presentato
sabato 29 ottobre, alle ore 20.00,
presso il
convento S. Maria della Grazia in Galatone.
Interverranno
S.E. Mons. Domenico Caliandro, Vescovo di Nardò e Gallipoli
il Prof. Daniele Arnesano (Università degli studi di Lecce),
Padre Luigi De Santis ofm (storico francescano)
e l'autore.
Modererà l'incontro Don Santino Bove Balestra,
direttore della collana.
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Vedi tutte le news su
www.diocesinardogallipoli.it/index.htm

RRIGALI
Li ulie onu cquasi maturatu,
sobbra drr’arbuli ca lu nonnu nà llassatu.
Li cime sta rrianu finu a n’terra,
pì ccòmu vonu cariche puru st’annu.
Finu a cquarche annu a rretu,
iò nò capia lu valore ti ddr’arbuli,
ti comu sti ulie ogne annu,
fiuravunu, sempre n’cumpagnate………
……….Cquasi stà scuresce e stà mmì n’ditornu a ccasa,
oce, aggiu canusciutu n’amicu,
ca abbia tantu tiempu ca ulìa ccànoscu.
La facce era totta rosa,rosa,
comu a llu core, ca minava amore,
e ll’onesta ,ca si sintia fino ddrà ffore.
JENTU
Jentu,
ca cquarche fiata mi n’di uli,
scapiddriciandume totta.
Jentu,
ca faci cu rrìu, li sonni mia,
e mentre olu, mi sentu comu,
sè stà nascu n'addrà fiata.
Jentu,
ca mi llùsci a m’pacce, chianu, chianu,
a mmumenti noi e n’duri noi.
Jentu,
ca mi cunti, cittu, cittu,
intra la recchia, ti lu nant'iinire,
ulia sulu na fiata,
cu nnù corpu ti jentu forte,
cu mmi ffrundulici a ll’arria,
facendume ulare.
Autrici: Nicoletta Colitta –Alessia Presicce VA
Poesia tradotta liberamente, dal sito di Mastrogiò. (http://scritturando.splinder.com/)
Ho letto recentemente il reportage di quel coraggioso giornalista italiano che si è spacciato per un immigrato clandestino curdo, rimanendo per una settimana rinchiuso nel centro di accoglienza di Lampedusa.
Consiglio vivamente la lettura a tutti coloro che coltivano l’illusione di una presunta naturale bonarietà dell’italiano medio, intesa come qualità insita nei nostri cromosomi. Il quadro che ne viene fuori non è purtroppo così rassicurante, e impone secondo me delle riflessioni affinché non si rimanga ancorati a degli stereotipi che danno una visione distorta della realtà.
Non c’è dubbio che il fenomeno dell’immigrazione clandestina sulle nostre coste sia un problema drammatico che impegna le forze dell’ordine ben oltre le normali capacità di controllo o di prevenzione del fenomeno. E’ per questo che nessuno pensa che un centro di accoglienza possa essere un albergo a cinque stelle, come un autorevole esponente leghista del governo ha definito quello di Lampedusa, ma che certe emergenze debbano essere affrontate con un grande senso di umanità e di rispetto della dignità umana nei confronti di gente che sta soffrendo è il minimo che ci si debba aspettare da un paese civile come il nostro.
Purtroppo a leggere l’articolo si capisce che il rispetto della dignità delle persone è l’ultima preoccupazione che anima l’operato di una parte consistente delle forze dell’ordine e degli organismi di volontariato presenti in quel centro.
Costringere l’immigrato a sedersi per terra su un rivolo di liquami fuoriuscente da un bagno ridotto a fogna a cielo aperto non mi sembra un comportamento rispettoso della dignità umana, così come non lo è costringere l’immigrato di fede musulmana a vedere un filmino pornografico, o procedere alla conta dei presenti facendoli passare uno per uno sotto le forche caudine di uno schiaffo assestato sul collo, o ancora tutta una serie di piccole vessazioni che sanno tanto di lager, con tutte le dovute differenze, ovviamente, circa l’esito finale dell’esperienza di queste persone, le quali per la maggior parte finiscono per raggiungere in qualche modo il loro scopo finale, che è quello di ricongiungersi a parenti già presenti in Italia e di inserirsi in un circuito lavorativo più o meno legale.
La domanda è: possibile che non si possa svolgere un compito pur così gravoso e ingrato senza far pesare a questa gente la loro condizione di inferiorità, cercando di dare un’immagine di noi stessi la migliore possibile? Non siamo forse noi italiani, in particolare noi pugliesi, ad essere stati indicati come possibili destinatari del premio Nobel per la pace grazie all’accoglienza riservata a queste popolazioni in fuga dalle guerre e dalla miseria?
Perché dobbiamo permettere a una minoranza di lestofanti di infangare la nostra immagine con il colpevole silenzio di chi opera correttamente ma non denuncia le malefatte di pochi prepotenti? Quand’è che finalmente gli onesti si decideranno ad alzare la voce?
I protagonisti di queste bravate erano solo una parte delle forze presenti, ma l’altra parte che si comportava correttamente e con umanità non ha mai cercato di cambiare le cose denunciando i fatti, e la cosa è grave.
Così come è grave che il ministro della giustizia si sia preoccupato di evidenziare l’illegalità commessa dal giornalista nel dare false generalità piuttosto che di rassicurare l’opinione pubblica circa un’immediata inchiesta sui fatti.
C’è da interrogarsi sul perché l’uomo in certe occasioni riesca a dare il peggio di sé stesso.
Personalmente una risposta ce l’avrei: è l’esercizio del potere che corrompe le coscienze di quelli che non hanno solide basi morali, sia che indossino una divisa, sia che rivestano cariche pubbliche.
Il fatto che si tratti di abusi di non grande rilevanza penale non significa niente, non rende meno gravi i fatti. Chi decide, ad esempio, di non dare da mangiare ad un immigrato in maniera del tutto arbitraria, per un capriccio personale, in situazioni più drammatiche, ove dovessero venire meno i presupposti di pace e di convivenza civile, potrebbe fare anche di peggio.
E’ dunque il potere che corrompe o c’è dell’altro? Siamo un popolo tollerante con chi è portatore di altre culture ed ha una pelle di colore diverso o piuttosto siamo attraversati anche noi da un sottile razzismo che agisce sotto pelle e di cui non ci rendiamo pienamente conto?
Personalmente credo e spero di no, voi che ne dite?
Più adrenalina?
Oh Yea!

(Oi, oi, oi, oi, oi, oi, oi, oi, oi, oi, oi, oi, oi, oi, oi)
See me ride out of the sunset
On your colour TV screen
Out for all that I can get
If you know what I mean
Women to the left of me
And women to the right
Ain't got no gun
Ain't got no knife
Don't you start no fight
'Cause I'm T.N.T., I'm dynamite
(T.N.T.) and I'll win the fight
(T.N.T.) I'm a power load
(T.N.T.) watch me explode
I'm dirty, mean and mighty unclean
I'm a wanted man
Public enemy number one
Understand
So lock up your daughter
Lock up your wife
Lock up your back door
And run for your life
The man is back in town
So don't you mess me 'round
'Cause I'm T.N.T. I'm dynamite
(T.N.T.) and I'll win the fight
(T.N.T.) I'm a power load
(T.N.T.) watch me explode
T.N.T., (oi, oi, oi)
T.N.T., (oi, oi, oi)
T.N.T., (oi, oi, oi)
T.N.T., (oi, oi, oi)
T.N.T., (oi, oi, oi) , I'm dynamite
(T.N.T., oi, oi, oi), and I'll win the fight,
(T.N.T., oi, oi, oi), I'm a power load
(T.N.T.), watch me explode!

LA REALTA’
Cquandu ni asamu la matina,
la realtà stae fore lla porta,
eddra nò ccangia mai,
comu la lassata cusì la troi.
Guerre ,stragi, bombe,
ggente ca s’impica e ccà era ccampare,
ggente ca ene ccisa e cca nò n’era murire.
Ci sape a ddrò imu scire spicciare,
puru la chiesa nò sape cc’è pisci a pigghiare.
Li ecchi ti prima, eranu puirieddri,
ma lu core lu tinianu rande,
cquantu nà muntagna.
Moi ca simu ricchi e pruituti,
simu fiacchi e n’ffitisciuti.
Issimu, cquandu tinimu tiempu,
issimu, e ssciamu cù ccaminamu,
a mmienzu a lli campagne cu giramu,
ca sulu cù ssintimu e ccù bbitimu,
lu core a ppostu nì mintimu.
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