MIO PAESE, COSÌ SGRADITO DA DOVERTI AMARE. V. Bodini . "La vera libertà di stampa è dire alla gente ciò che la gente non vorrebbe sentirsi dire". (George Orwell) Giornalismo è diffondere ciò che qualcuno non vuole si sappia, il resto è propaganda (Horacio Verbitsky)
L’incontro avuto ieri presso il villaggio S. Rita in Galatone, con un dibattito aperto condotto egregiamente dal "Portavoce" Enrico Longo sulle problematiche del turismo (la registrazione è su www.myboxtv.com), si è concluso con l’impellenza di dover subito cambiare strada rispetto a quella sinora seguita. Assente totalmente la rappresentanza della maggioranza che governa il paese anche se era stato invitato il sindaco che non ha avuto l’accortezza di delegare chi poteva sostituirlo, preferendo rinviare la discussione dell'argomento, eludendo il problema, ad altra data da stabilirsi con il "Portavoce"........
Sant' Elena Madre di Costantino
Drepamim (Bitinia), III sec. – ? † 330 ca.
Di famiglia plebea, Elena venne ripudiata dal marito, il tribuno militare Costanzo Cloro, per ordine dell'imperatore Diocleziano. Quando il figlio Costantino, sconfiggendo il rivale Massenzio, divenne padrone assoluto dell'impero, Elena, il cui onore venne riabilitato, ebbe il titolo più alto cui una donna potesse aspirare, quello di «Augusta». Fu l'inizio di un'epoca nuova per il cristianesimo: l'imperatore Costantino, dopo la vittoria attribuita alla protezione di Cristo, concesse ai cristiani la libertà di culto. Un ruolo fondamentale ebbe la madre Elena: forse è stata lei a contribuire alla conversione, poco prima di morire, del figlio. Elena testimoniò un grande fervore religioso, compiendo opere di bene e costruendo le celebri basiliche sui luoghi santi. Ritrovò la tomba di Cristo scavata nella roccia e poco dopo la croce del Signore e quelle dei due ladroni. Il ritrovamento della croce, avvenuta nel 326 sotto gli occhi della pia Elena, produsse grande emozione in tutta la cristianità. A queste scoperte seguì la costruzione di altrettante basiliche, una delle quali, sul monte degli Olivi, portò il suo nome. Morì probabilmente intorno al 330. (Avvenire)
Etimologia: Elena = la splendente, fiaccola, dal greco
Martirologio Romano: A Roma sulla via Labicana, santa Elena, madre dell’imperatore Costantino, che si adoperò con singolare impegno nell’assistenza ai poveri; piamente entrava in chiesa mescolandosi alle folle e in un pellegrinaggio a Gerusalemme alla ricerca dei luoghi della Natività, della Passione e della Risurrezione di Cristo onorò il presepe e la croce del Signore costruendo venerande basiliche.
Anche noi di Galatone possiamo vantare la presenza iconografica e tradizionale di questa Santa.

Visto che è anche considerata la protettrice degli archeologi, auguri a questi "artisti", che si sentono o sono tali!!!
ANGELUS
Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo
Domenica, 17 agosto 2008
Cari fratelli e sorelle,
Nell’odierna XX Domenica del tempo ordinario, la liturgia propone alla nostra riflessione le parole del profeta Isaia: "Gli stranieri, che hanno aderito al Signore per servirlo / … li condurrò sul mio monte santo / e li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera. / … perché il mio tempio si chiamerà / casa di preghiera per tutti i popoli" (Is 56,6-7). All’universalità della salvezza fa riferimento anche l’apostolo Paolo nella seconda lettura, come pure la pagina evangelica che narra l’episodio della donna Cananea, una straniera rispetto ai Giudei, esaudita da Gesù per la sua grande fede. La Parola di Dio ci offre così l’opportunità di riflettere sull’universalità della missione della Chiesa, costituita da popoli di ogni razza e cultura. Proprio da qui proviene la grande responsabilità della comunità ecclesiale, chiamata ad essere casa ospitale per tutti, segno e strumento di comunione per l’intera famiglia umana.
Quanto è importante, soprattutto nel nostro tempo, che ogni comunità cristiana approfondisca sempre più questa sua consapevolezza, al fine di aiutare anche la società civile a superare ogni possibile tentazione di razzismo, di intolleranza e di esclusione e ad organizzarsi con scelte rispettose della dignità di ogni essere umano! Una delle grandi conquiste dell’umanità è infatti proprio il superamento del razzismo. Purtroppo, però, di esso si registrano in diversi Paesi nuove manifestazioni preoccupanti, legate spesso a problemi sociali ed economici, che tuttavia mai possono giustificare il disprezzo e la discriminazione razziale. Preghiamo perché dovunque cresca il rispetto per ogni persona, insieme alla responsabile consapevolezza che solo nella reciproca accoglienza di tutti è possibile costruire un mondo segnato da autentica giustizia e pace vera.
Vorrei oggi proporre un’altra intenzione per cui pregare, date le notizie che giungono, specialmente in questo periodo, di numerosi e gravi incidenti stradali. Non dobbiamo abituarci a questa triste realtà! Troppo prezioso infatti è il bene della vita umana e troppo indegno dell’uomo è morire o ritrovarsi invalido per cause che, nella maggior parte dei casi, si potrebbero evitare. Occorre certo maggiore senso di responsabilità. Anzitutto da parte degli automobilisti, perché gli incidenti sono dovuti spesso all’eccessiva velocità e a comportamenti imprudenti. Condurre un veicolo sulle pubbliche strade richiede senso morale e senso civico. A promozione di quest’ultimo è indispensabile la costante opera di prevenzione, vigilanza e repressione da parte delle autorità preposte. Come Chiesa, invece, ci sentiamo direttamente interpellati sul piano etico: i cristiani devono prima di tutto fare un esame di coscienza personale sulla propria condotta di automobilisti; le comunità inoltre educhino tutti a considerare anche la guida un campo in cui difendere la vita ed esercitare concretamente l’amore del prossimo.
Affidiamo le problematiche sociali che ho ricordato alla materna intercessione di Maria, che ora invochiamo insieme con la recita dell’Angelus.
DEDICATA A QUELLE SETTE GIOVANI VITE CHE CI HANNO MOMENTANEAMENTE LASCIATI E CHE CI FANNO L'OCCHIOLINO DALL'ALTO DEL CIELO.

LI TTRE
So già lli ttre,
no tutti sonu curcati,
moti figghi ti mamma,
stònu ‘ncora hasati.
Lu state, ti notte,
la strata ti mare ete na prucissione,
cquanta passione, cquantu sùtore, cquantu tùlore.
So mumenti,
comu nu lampu,
ma no llu iti.
Sienti lu tronu,
ma l’acqua no rria,
passa la face.
Già stònu a ‘ncielu,
circamu pirdunu.
Carusi, ca onu trùatu la pace,
intra stà nnuttata tisgrazziata,
ti stiddhrère ‘mpastata.
Ore cqueste, ca na fiata,
ni itìanu hasare,
sirvianu pi ccampare.
Canoscu picca palore,
a mumenti comu cquisti poi,
no sacciù comu l’aggiù ccunzare.
Mò, stà ffucìti,
comu cavaddhri janchi scapulati,
mmara a nnui,
ca suli ‘niti llassati.
Siti catuti comu ciddhrùzzi,
sotta lli pieti ti nu scànusciutu ballu,
ma cquandu spiccia, stà rota ‘nfernale?
No bbastanu mai,
muntagne ti fiuri e ddi palore,
cu ccoprinu lu ricordu,
ti scì sta bbi chiange ea ‘nnanzi bbi hole.
Speru e ttegnu fitducia,
lu senszu,
cu nno passa mai cu mmi tròa,
ma la furtuna,
cu nno nni llassa mai.
GALATONE (LECCE) - Sono tutte giovanissime le sette vittime dell'incidente stradale avvenuto nella notte sulla strada che collega Galatone con Santa Maria al Bagno località costiera nel territorio del comune di Nardò, dove si trovano alcuni dei locali e discoteche più frequentati della costa salentina. I giovani morti hanno tra i 18 e i 21 anni.
LA DINAMICA - Erano a bordo di una Mini minor e di una Fiat Marea che si sono scontrate frontalmente. Secondo la polizia stradale, la Mini avrebbe fatto un sorpasso azzardato. Solo ipotesi al momento per spiegare la dinamica del tragico incidente. Non ci sono stati infatti testimoni dell'impatto frontale avvenuto in un tratto di carreggiata rettilineo nel quale sono rimasti uccisi Matteo Maggiore, 22 anni, Enrico M., 17, Luigi Moschettini, 33, e la sorella Stefania, di 28, Mary Codiero, 19, Chiara F., 17, Elisa Giurgolo di 18. Ferita Federica Baldari, 19enne: si trova ricoverata in gravi condizioni nel reparto di rianimazione all'ospedale «Vito Fazi» di Lecce. Per quanto riguarda l'altro ferito , Daniele Santoro di 23 anni, è ricoverato all'ospedale S. Caterina Novella di Galatina (Le) per la frattura ad un arto; la prognosi è di quaranta giorni. .
NESSUNA FRENATA - Per cercare di far luce sull'accaduto sono adesso al lavoro i carabinieri della locale compagnia che non hanno però trovato alcun segno di frenata sul luogo della tragedia. A provocare il disastro, avvenuto in corrispondenza di un passaggio a livello, potrebbero essere state dunque diverse cause, a cominciare da quella di un sorpasso azzardato da parte di uno dei due conducenti. Impossibile però escludere - ammettono i militari dell'Arma - anche altre ricostruzioni: forse una delle vetture si è trovata davanti a un ostacolo imprevisto (un cane?) che l'ha costretta a uno scarto fatale, oppure uno dei due conducenti non ha affrontato nel modo giusto l'attraversamento del passaggio a livello che taglia in due la provinciale. Concausa pressochè certa della strage quasi è stata comunque la velocità elevata di almeno uno dei veicoli, come dimostra la violenza dell'impatto.
IL SINDACO - «Provo un grande senso di sconforto, per il dolore delle famiglie ma soprattutto per la giovanissima età delle vittime», ha dichiarato il sindaco di Galatone, Franco Miceli che ha proclamato il lutto cittadino per il giorno dei funerali. «Ho appreso la notizia della tragedia alle 6,30 - aggiunge - quando mi hanno telefonato i vigili urbani, e sono andato sul posto. Una delle vittime, Maggiore, era stato anche mio alunno. Si raccomanda sempre ai giovani di moderare la velocità, ma poi spesso la gioventù prende il sopravvento».
«NOTTE DELLA TARANTA SOSPESA PER LUTTO» - Intanto, in segno di lutto, è stata decisa la sospensione temporanea del festival «Notte della Taranta», rinviato al 22 agosto. «La macchina della Notte della Taranta si ferma come si sono fermate quelle auto che hanno spezzato la vita di sette ragazzi», ha detto il sindaco di Melpignano, Sergio Blasi, esprimendo cordoglio a nome dei sindaci dei comuni della grecia salentina. «Si ferma - prosegue Blasi - per segnalare con forza la necessità per tutto il Salento di una riflessione forte sulla strage di queste settimane dove ormai quasi ogni notte, quasi sempre giovanissime vite si bruciano sull'asfalto per la velocità, la scarsa sicurezza delle strade e la guida non sempre in condizioni di garanzia dovute all'uso di alcol e altre sostanze».

Basta!
RITORNA "IL PORTAVOCE" CON UN ARGOMENTO DI GRANDE ATTUALITA’
“Il Villaggio S. Rita: problemi di oggi e prospettive future.”
Ospiti:
³ architetto Pasquale CARRATTA
³ dott. Antonio GABRIELI
³ avv. Giuseppe D’ORIA
³ il sindaco di Galatone, prof. Franco Miceli
Sono, inoltre, invitati a partecipare i rappresentanti di tutti i partiti politici cittadini, ai quali si chiede di inserire la problematica del S.Rita tra i propri programmi e di fornire un utile contributo secondo la strategia della promozione del territorio come base per il turismo.
La puntata si terrà nella piazza del Villaggio S.Rita il 19 agosto p.v. alle ore 20:30 e andrà in onda su myboxtv.com la mattina del giorno dopo.
Ci siamo ragazzi: stasera intorno alle 21 e preceduto da un doppio intervento di un'associazione teatrale e di una soprano, debutta a Grottaglie (TA) il mio personale teatro-canzone, nello spettacolo "C'E' SEMPRE UN'ISOLA NEL MARE", nell'atrio dell'affascinante Castello Episcopio.
Attendevo da tempo questo gratificante momento e l'opportunità e l'occasione sono arrivate grazie a Carmine Fanigliulo, un caro amico musicista e cantautore, che ama anche organizzare eventi culturali e musicali di ampio respiro, grazie alla sua volontà ferrea, al suo entusiasmo e alla sua passione.
Carmine è riuscito, grazie all'aiuto del Comune di Grottaglie, della provincia di Taranto e di alcuni sponsor, a ideare e a mettere su "Per fortuna c'è la musica", una bellissima rassegna musicale estiva di 5 serate, che spaziano dalla musica classica a quella leggera, sempre all'insegna della qualità, e il tutto tra il 28 luglio e il 13 agosto.
A me è toccata la terza serata, l'8 agosto.
La costruzione di questo mio spettacolo (comunque ancora parecchio da perfezionare man mano) non ha previsto, nelle mie intenzioni, la presenza di "canzoni nuove" scritte ad hoc: ho solo attinto dal mio repertorio degli ultimi 11 anni, scegliendo quasi una ventina di brani (non tutti però cantati per intero), legati assieme da un filo conduttore cronologico (che però non ha nulla a che fare con la cronologia di scrittura delle canzoni, ma solo coi temi dello spettacolo, che sono il tempo e la ricerca), il tutto raccordato da pensieri e monologhi, che per ora reciterò leggendo, ma che nelle mie intenzioni, quando ogni passaggio dello spettacolo in futuro mi sarà entrato a dovere dentro, dovrà fare ovviamente del tutto a meno del leggìo. E' la storia di un uomo, dai 12 fino agli 80 anni, in un lento percorso di rinascita che lo porterà finalmente ad approdare nella sua isola di felicità.
Purtroppo, per questa "prima", sarò ahimè da solo, chitarra e voce, perché né Luigi Nico, né Donnigio né Pasquale Chirivì, per varie ragioni, potranno esserci a supportarmi con il loro decisivo contributo umano e artistico. Io cercherò lo stesso di non annoiare.
So che a Grottaglie verranno comunque alcuni amici cari a vedere lo spettacolo. Vi invito a esserci, anche se siete lontani, perché finalmente stavolta riuscirò a portare in scena ciò che vorrei negli anni futuri realizzare in modo più continuo. Quindi è qualcosa che mi appartiene davvero nel profondo e che mi mette a nudo totalmente. E' solo un primo passo, che nel tempo son convinto perfezionerò e limerò parecchio, ma comunque già ora è molto vicino a ciò che amo fare, ne dà un'idea veritiera.
Vi aspetto, non mancate!!
LUIGI MARIANO

Uffa, gli ultimi giorni prima delle ferie sono molto convulsi.
Bisogna fare quello che si sarebbe dovuto fare in due settimane solo in poche ore.
Poi, vabbe', chi non è stipendiato non dovrebbe nemmeno usare il nome ferie inquanto le sue vacanze non le paga nessuno.
Però si lavora un anno per questa possibilità di rigenerarsi con qualche giorno lontano dalle beghe e dai crucci quotidiani.
E si taglia con tutto.
Fra qualche ora me ne andrò lontano.
Lontano, lontano.
Da questa aria calda e afosa, da questa situazione stantia, da queste strade sporche e da questo traffico insulso e caotico.
Aria pulita, panorami intatti e civiltà mi servono per ricaricarmi; per poter sopravvivere un altro anno pensando che c'è un modo per vivere bene e in armonia senza prevaricare i diritti di nessuno a danno di altri.
L'Italia che vorrei c'è. Non me la invento io.
C'è.
Siamo noi che non riusciamo ad avvicinarci ad un modello positivo.
E allora mi faccio consolare da

Coccolare da
servire da

e conversare e scherzare con




Al triste ritorno nella cruda realtà.
Intanto domani sera tutti in piazza Crocifisso per il Jazz in Rosa
col gruppo di Claudio Tuma.
E per chi rimarrà qui, anche venerdì si ripeterà un'altra serata musicale di alto livello.
Ciao, amici!
Ho recentemente avuto l'onore di pubblicare un mio articolo sul magazine A Levante, bellissima creatura di un gruppo di persone straordinarie che ho avuto la fortuna di conoscere, e in parte già conoscevo.
Essendo un argomento rievocativo di un certo periodo storico e riguardando da vicino un numero considerevole di persone, molte delle quali non avranno mai la possibilità di avere in mano la rivista, mi sembra giusto pubblicare anche sul web l'articolo, sperando che qualcuno di quei ragazzi ci possa fortuitamente incappare.
Penso, ad esempio, ad un certo Stefano Petrucelli, mio grande amico di un tempo, ormai scomparso dalle cronache galatonesi, spero non definitivamente. Diciamo che questo articolo rappresenta un po' un appello affinchè si faccia vivo, almeno una volta. Ne avremmo veramente tante di cose da raccontarci.
Esistono dei luoghi ai quali la vita di un uomo è legata indissolubilmente per motivi persino banali nella loro ovvietà. Primo fra tutti il borgo natio, come si diceva in altri tempi, che esercita indubbiamente un forte imprinting sull’individuo determinandone i caratteri generali, tra i quali l’inflessione dialettale più o meno marcata rappresenta solo l’aspetto esteriore più evidente. Numerosi altri caratteri secondari fanno sì che si possa intuire un filo conduttore comune all’interno delle singole municipalità, tale da poter identificare un profilo tipico del cittadino diverso da paese a paese, anche se la globalizzazione sempre più spinta tende ad appiattire di generazione in generazione questa specie di biodiversità.
Il borgo natio come elemento di identificazione, quindi; ma al suo interno altri luoghi possono assumere una valenza ancor più forte, e persino degli oggetti qui contenuti possono rappresentare l’elemento attorno al quale si catalizza il vissuto e la memoria storica di una generazione. Anche una panchina in un giardino pubblico può costituire questo elemento. Se poi la panchina è ubicata sul lato est della “villa” di Galatone, a pochi metri da via Tunisi e dall’ingresso della scuola elementare di Piazza Idria (fore all’Itri, per intendersi tra galatonesi), allora non c’è dubbio che anche un semplice arredo urbano può assumere un insospettabile quarto di nobiltà.
La panchina in oggetto, quella originale di trent’anni fa, avrebbe veramente tanto da raccontare se potesse e se fosse ancora “in vita”. Per molti anni una generazione di giovani galatonesi di belle speranze ha cosparso le sue assi di un’invisibile vernice impregnante realizzata con il collante migliore che si possa trovare in commercio, quello che tiene insieme in un’unica idea di socialità un gruppo eterogeneo di ragazzi alla costante ricerca di un senso da dare alle serate. Un gruppo talmente vivo e propositivo, per quanto spesso anche inconcludente, da mantenere sempre viva quella patina di vernice ideale, quasi vi fosse apposto permanentemente il classico cartello “Attenzione, vernice fresca”.
Un semplice arredo urbano vissuto come un elemento di identificazione, un luogo fisico che diventa luogo di convergenza ideale di sentimenti e aspirazioni di una generazione in fermento. Un luogo propriamente detto, quindi, dato che non può esistere un luogo che sia tale che non abbia un’anima e una precisa identità.
Oggi si assiste ad un proliferare di “non luoghi” nei quali ci si ritrova in massa per assolvere ai tanti riti della società moderna, tutti lì per lo stesso motivo, ma vivendo gli altri più come una minaccia alle proprie aspettative che come presenze della cui compagnia poter godere. Aeroporti o stazioni affollati per le partenze in vacanza, dove ci si chiede con ansia chi sarà l’occasionale compagno di viaggio; interminabili code in autostrada, dove si procede spesso a passo d’uomo guardando in cagnesco chi sta nella fila che, come sempre, sembra procedere più spedita della propria; ma, soprattutto, quei moderni templi della società consumistica, i grandi centri commerciali, dove ci si barrica dietro un carrello da riempire in fretta con lo stesso senso di isolamento dal resto del mondo che si avverte quando si è chiusi nel microcosmo personale rappresentato dall’abitacolo della propria auto.
Si pensi per un attimo a quanto sarebbe diverso se quelle stesse persone si ritrovassero come per incanto in una piazza qualsiasi di un qualsiasi centro storico, luogo di identità per eccellenza, libere dal carrello e dalle prosaiche occupazioni della quotidianità. Non a caso, infatti, i moderni strateghi dell’outlet cercano di trasformare sempre più quei luoghi asettici in centri di aggregazione per le famiglie, con esiti quantomeno dubbi per l’equivoco insanabile tra un’impostazione di fondo basata su esigenze commerciali e un qualcosa che commerciabile non è, come la voglia di stare insieme delle persone. L’idea dell’agorà svenduta ad un’idea di villaggio globale la cui unica rappresentazione realmente concretizzata ruota attorno al mito degli affari e del profitto. Non credo possa funzionare.
Sicuramente l’atmosfera che si respirava attorno a quella panchina, supporto inconsapevole ma indispensabile di innumerevoli riunioni serali nel periodo che va dalla seconda metà dei 70 alla prima metà degli 80, più o meno, aveva molto a che vedere con un’idea tipicamente sessantottina di sovrapposizione del pubblico sul privato. Erano gli anni in cui il baricentro della vita sociale si era spostato all’esterno della famiglia, mettendola in discussione probabilmente con troppa facilità, salvo poi operare opportune inversioni di marcia. I ragazzi che orbitavano attorno a quella panchina, pur perfettamente integrati nei rispettivi nuclei familiari, come testimoniato dalle tante situazioni che li hanno visti attivamente coinvolti, avevano un fortissimo bisogno di socialità e di condivisione di spazi e, di conseguenza, di una casa comune, di un punto d’appoggio non solo metaforico su cui poter contare come base di partenza per la pianificazione di serate che spesso finivano troppo presto per riuscire ad andare oltre la fase dei propositi. Anche in quel caso, comunque, mai nessuno ritornava a casa con l’impressione di aver perso del tempo. Altro che internet.
Erano giovani e in tanti, erano proiettati in un’idea di superamento degli angusti spazi di socialità tradizionali: il bar, l’inter-milan-juve dei discorsi dopo partita, lo struscio domenicale; di cos’altro avevano bisogno? Magari di un tessuto urbano più ricettivo, di strutture in grado di accogliere e convogliare tante energie in un movimento che avrebbe potuto anche cambiare le sorti del paese, almeno dal punto di vista di una maggiore vocazione culturale. Magari anche di istituzioni locali più aperte e meno arroccate sul clima di sospetto tipico di quel momento storico politico molto particolare. In altre parole avevano bisogno di potersi riconoscere nella loro città, di non sentirsi dei corpi estranei riconoscibili a scadenze prefissate solo in quanto corpo elettorale. Quella panchina costituiva una vera e propria testa di ponte con la quale superare gli argini dell’immobilità cittadina, la base operativa da cui partivano vere e proprie spedizioni al seguito dell’idea del momento, che poteva essere una festa privata - che finiva col diventare pubblica al loro arrivo, per la quantità impressionante di persone che vi si riversavano, spesso praticamente auto invitatesi – oppure una seduta di ascolto attorno ad una pila di dischi in vinile dai quali si sprigionavano suggestioni sonore oggi inimmaginabili; sedute che qualche volta si trasformavano in sessioni di registrazione estemporanea con mezzi di fortuna di torrenziali improvvisazioni a due o tre chitarre che poi finivano per fare da sfondo, con accompagnamento di armonica e bonghetti, alle immancabili canzoni di De Andrè o De Gregori. Tutto questo e molto altro ancora succedeva, ma sono storie che meriterebbero successivi approfondimenti.
La quantità di ragazzi e ragazze che hanno lasciato il loro segno su quella panchina è veramente impressionante. Attorno al nucleo centrale di irriducibili che occupavano stabilmente il territorio c’erano i tanti studenti universitari che vi ritornavano regolarmente rispondendo al richiamo della foresta. Erano in tanti anche quelli che, pur non essendo per qualche motivo parte integrante della famiglia, ne subivano comunque il fascino e cercavano di farne parte, anche occasionalmente.
A distanza di tanti anni quell’angolo e quella panchina sono ancora ben presenti nella memoria di quei ragazzi di un tempo, oggi architetti, medici, ingegneri, impiegati, musicisti, professori, giornalisti, informatici, operatori culturali e tante altre categorie, alcuni radicati sul territorio, altri stabilitisi altrove, ma tutti con un ricordo indelebile di quei pochi metri quadri nei quali si sono reciprocamente formati e influenzati.
Qualcuno purtroppo ha dovuto fare prematuramente il conto con la precarietà della vita umana e non è più tra noi. È anche grazie a questi amici indimenticabili che quel luogo, quella panchina in particolare, resterà per sempre un luogo da ricordare con affetto.
LA CONFUSIONE DI MICELI&SOCI